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Bilanci di fine anno 2023 - Intervista al vescovo di Civitavecchia/Tarquinia: "Il porto non può vivere sugli allori e dal 2025 chiuderà anche la centrale Enel, ci sarà un cambiamento e su questo sono aperto al confronto"

Gianrico Ruzza: “La città va risvegliata dal sonno, disponibili ad assumere un ruolo”

di Daniele Camilli
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Civitavecchia – “La città va risvegliata dal sonno e siamo disponibili ad assumere un ruolo”. Intervista di fine anno al vescovo di Civitavecchia-Tarquinia e Porto Santa Rufina, Gianrico Ruzza.

“Civitavecchia – ha detto il vescovo – è una città che sonnecchia e che dobbiamo risvegliare assumendo anche un ruolo. Civitavecchia ha degli unicum, a partire dal porto. Tuttavia si tratta di una realtà che non può vivere sugli allori. Sappiamo poi che nel 2025 chiuderà la centrale Enel. Quindi tutta la città andrà incontro a un cambiamento e il paradigma su cui si fonda dovrà assumere toni nuovi. E su questo sono aperto al confronto”.


Il vescovo di Civitavecchia Gianrico Ruzza

Il vescovo di Civitavecchia Gianrico Ruzza


Vescovo Gianrico Ruzza, quali sono state le principali attività della diocesi di Civitavecchia nel corso del 2023?
“È stato un anno caratterizzato dall’esperienza del cammino stradale. Incontri con quei mondi che non avviciniamo con l’esperienza parrocchiale. Mi riferisco alle scuole di danza e di teatro, al mondo dello sport e della musica, degli imprenditori agricoli e del territorio. Il 9 marzo abbiamo fatto poi un convegno sull’emergenza educativa. Un convegno che ha denunciato la sostanziale solitudine dei giovani ponendo l’accento sulla loro fatica e sofferenza in termini di tristezza, depressione e senso di abbandono da parte degli adulti. Le dipendenze sono un problema reale e importante, a partire da quella del gioco fino alle tossicodipendenze. Dobbiamo sottrarre i giovani da questa schiavitù. Dal punto di vista spirituale, un momento importante sono stati appunto gli esercizi fatti dal clero e tutto il cammino formativo attorno alle domande del nostro tempo. Ad esempio l’intelligenza artificiale. Non da ultimo, il 2023 è stato un anno rilevante per la scuola della tenerezza coinvolgendo una trentina di famiglie ed evidenziando il valore della tenerezza come qualità del rapporto affettivo”.

Per quanto riguarda il contrasto alle dipendenze, sono state coinvolte anche le scuole del territorio?
“Attraverso gli insegnanti di religione abbiamo coinvolto in questo percorso 150 ragazzi delle scuole medie e superiori. Stiamo inoltre cercando di far partecipare anche gli altri insegnanti. Il tentativo del convegno di cui ho parlato prima era quello di gridare alla città che si tratta di una vera propria emergenza territoriale”.

Che idea s’è fatto del tessuto imprenditoriale del territorio di Civitavecchia?
“Un tessuto che ha delle buone prospettive, ma risente di una crisi che coinvolge tutta quanta la città. Una città che sonnecchia e che dobbiamo risvegliare assumendo anche un ruolo. Una città che ha degli unicum, a partire dal porto. Si tratta tuttavia di una realtà che non può vivere sugli allori, come l’altissimo numero di croceristi. Sappiamo poi che nel 2025 chiuderà la centrale Enel. Quindi tutta la città andrà incontro a un cambiamento e il paradigma su cui si fonda dovrà assumere toni nuovi. Su questo sono aperto al confronto. Durante l’anno facciamo poi incontri con imprenditori, parti sociali e amministratori per ragionare di sicurezza, sviluppo e umanizzazione del lavoro. E continuiamo a farlo sempre all’interno del cammino sinodale”.

Non crede che le grandi imprese, soprattutto dopo i profitti realizzati durante la fase del Covid, abbiano una responsabilità sociale maggiore rispetto al passato e che questa debba essere declinata in particolar modo verso i lavoratori?
“Sicuramente l’impresa ha una sua responsabilità sociale. A me sta molto a cuore il tema della sicurezza sul lavoro e non è tollerabile che i lavoratori continuino a morire. La soluzione sta nel trovare dei punti di convergenza, una sorta di concertazione tra le parti che non escluda nessuno e inviti alla partecipazione. Una vera e propria comunità di lavoro. E sono pronto a qualsiasi forma di mediazione”.


Civitavecchia - Il porto

Civitavecchia – Il porto


Prima del Covid a Civitavecchia si era sviluppato un movimento molto forte, il cosiddetto Fronte del No, contrario alla trasformazione della centrale a carbone in centrale a turbogas. Un movimento che aveva proposto anche soluzioni alternative. Lei cosa ne pensa?
“Vanno rispettate le esigenze di tutti. Detto questo, però, se vogliamo lo sviluppo della città dobbiamo accettare alcune situazioni che possono sembrare sulla carta spiacevoli. Ma non sta a me dirlo, bensì alla scienza. E le istituzioni pubbliche e private devono dialogare con i cittadini. Non ci sono altre strade. Tenendo conto che Civitavecchia, senza lo sviluppo, è condannata e in questo momento, con la chiusura della centrale a carbone, sta rischiando molto”.

È immaginabile, secondo lei, una prospettiva di sviluppo per Civitavecchia che possa andare al di là della centrale e del porto sviluppando anche altre forme di economia?
“Senza il porto Civitavecchia non è più una città. La città è il porto e il porto è la città. È l’identità stessa di Civitavecchia. Che poi il porto debba essere messo in condizione di non inquinare, questo è un altro paio di maniche che va studiato con il tempo. Il punto è che si dimentica spesso che la scienza non ha ancora tutte le soluzioni in mano e, in tal senso, serve una gradualità”.


Il vescovo di Civitavecchia Gianrico Ruzza

Il vescovo di Civitavecchia Gianrico Ruzza


Che ruolo riveste oggi un vescovo e che possibilità ha di intervento nel tessuto sociale?
“Il vescovo ha lo scopo di animare, ‘denunciare’, provocare e accendere le luci sulle problematiche. Tuttavia il suo compito rimane, eminentemente, quello di annunciare la vita eterna e Gesù Cristo risorto. E i piani non vanno mai confusi. Il mio ambito di intervento è innanzitutto spirituale. Che poi, quest’ultimo, possa influenzare in senso positivo la dimensione sociale, è una sfida che accetto molto volentieri”.

Come esce il mondo cattolico dalla fase del Covid e dalla crisi economica e sociale che ne è seguita?
“Sicuramente abbiamo avuto una contrazione di partecipazione numerica, ma penso che il cristianesimo ha tutte le carte in regola per poter vivere e superare la sfida delle profonde trasformazioni che stiamo vivendo. Se il cristianesimo si ricompatta intorno al vescovo di Roma, nell’unità della comunione, può dare un contributo importante alla ripresa del dialogo con la cultura, la società e la politica”.

Qual è il suo punto di vista rispetto all’intelligenza artificiale?
“L’intelligenza artificiale può essere una grande conquista, ma dobbiamo darci delle regole. E tutti gli scienziati sono su questa linea. Se non lo facciamo, democrazia e libertà, così come le professioni intellettuali rischiano di scomparire”.

La nostra è una società sempre più multietnica e nessuna città fa più eccezione, a che punto è il suo dialogo con le altre religioni?
“Il dialogo con le altre religioni è fondamentale. A Porto Santa Rufina stiamo ragionando su un dialogo interreligioso più ampio rispetto a quello con le diverse confessioni cristiane. Un dialogo che possa comprendere anche musulmani e sikh. Un dialogo fondamentale per la pace, come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II”.


Civitavecchia - La centrale Enel

Civitavecchia – La centrale Enel


Nel mondo cattolico, ultimamente è circolato un documento, che alcuni riconducono allo stesso Papa Francesco, in cui si chiede di far partecipare al prossimo conclave anche una componente laica. Al di là della sua autenticità o meno, lei che ne pensa di una proposta che vada appunto in tal senso?
“Penso che si tratti di letture molto umane che non comprendono che cosa sia veramente un conclave. Certo, non ci sarebbe nulla di particolarmente scandaloso. Basta pensare che fino al XII secolo il Papa veniva eletto dal popolo di Roma che lo acclamava. Tuttavia il problema non è questo. Il conclave non è una riunione di potere, tutt’altro. Il conclave è l’insieme dei cardinali che rappresentano il popolo di Dio ma che vivono e agiscono sotto la guida dello spirito santo. Se leggiamo le cose solo in modo umano del conclave non capiremo mai niente e tantomeno della Chiesa”.

A proposito di umanità, sono un bel po’ di anni che ci si concentra spesso sulla condizione fisica del Papa e sulle sue fragilità. Penso a Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e adesso Francesco. Il Papa che sta male, il Papa che viene operato, il Papa sulla sedia a rotelle. Non crede che tutto questo ne indebolisca in qualche modo la figura trasmettendo un’idea di stanchezza e difficoltà della Chiesa stessa?
“Bisogna distinguere. C’è un aspetto positivo che, a partire da Giovanni Paolo I, vede la figura del Papa molto umanizzata, scendendo da un ruolo sacrale dove la fase precedente al Concilio Vaticano II lo aveva collocata. Per il resto, il problema sono i giornali e i giornalisti. Capisco, e rispetto, che devono scrivere e che la condizione fisica di un Papa fa notizia. Ma spesso la loro posizione è limitante”.

Che cos’è oggi la politica per la Chiesa? Dopodiché, un vescovo fa politica?
“Non esiste un cristiano che non faccia politica. Ogni azione umana ha un suo rilievo politico. Detto ciò, la politica che fanno i credenti, non specificatamente i vescovi che hanno solo il compito di un indirizzo spirituale, non deve essere una politica partitica. Deve essere invece una politica in favore dell’uomo, dei suoi diritti e della sua dignità”.

Che cosa si aspetta dal 2024?
“La cosa che dobbiamo aspettarci è un rinnovato impegno in favore della pace. Perché ciò che sta avvenendo in Ucraina, Israele, Palestina, Yemen, Africa e in tante altre parti del mondo non è più tollerabile. Per il gioco di alcuni mercanti di armi in cui siamo coinvolti anche noi e che vedono morire tantissime persone senza una ragione. Pensiamo al conflitto in Siria dove sono morte un milione di persone senza alcun motivo, se non quello degli interessi geopolitici dei potenti. Mi auguro quindi che per il 2024, in vista anche del Giubileo dell’anno successivo, si chieda una moratoria sia sul debito sia sulle armi. Un anno in cui costruiamo la pace. E ciascuno di noi può fare molto”. 

E lei che cosa può fare?
“Nel nostro piccolo avvieremo una scuola di formazione all’impegno socio-politico che partirà il 13 gennaio e avrà luogo a Roma. E spero che i giovani che parteciperanno si sentano coinvolti nella ricerca della libertà, della partecipazione e dell’impegno per la pace”.


Il vescovo di Civitavecchia Gianrico Ruzza

Il vescovo di Civitavecchia Gianrico Ruzza


Un porto, come quello di Civitavecchia, significa anche immigrazione. Qual è il suo punto di vista? Gli immigrati, secondo lei, vanno accolti, respinti o portati in Albania?
“Le persone vanno sempre accolte umanamente. La soluzione dell’Albania, poi, non riguarda me, ma le scelte del governo di Giorgia Meloni. Personalmente, però, penso che non sia una soluzione di grande valore. Ma non mi metto a giudicare perché capisco che le emergenze sono tante. Il problema, come ha detto più volte Papa Francesco, non lo risolve il governo italiano, di sinistra o di destra, il problema lo risolve l’unione fra i popoli dell’Europa che devono assumersi le loro responsabilità. L’immigrazione è un fatto storico ineludibile e non si può né stoppare né rimandare. Credo inoltre che sia passata la stagione dei cannoneggiamenti sui migranti. Dall’altra, tuttavia, va fatta anche qualche riflessione sull’azione delle Ong”.

Che tipo di riflessione?
“Non sempre, a mio avviso, le cose sono condotte con totale equità. Ad esempio, negli sbarchi a Civitavecchia abbiamo visto una situazione di grande precarietà di queste persone che sulle navi non erano curate in modo adeguato. La città ha però risposto molto bene nonostante non abbia le strutture adatte. Una città che ha dato una grande prova di maturità, di rispetto e di responsabilità. È chiaro però che si tratta di un problema che va affrontato a livello nazionale ed europeo”.

Da parte della diocesi dialogo con tutti. Anche con la comunità Lgbtq?
“Il dialogo va fatto con tutte le persone. Personalmente sarei contrario a questi ghetti con comunità da una parte e comunità dall’altra. Sono distinzioni antistoriche. Le persone sono persone in quanto tali, al di là di genere e identità. Quindi il dialogo è con tutti. Poi le scelte morali che conseguono alle scelte di vita devono confrontarsi con il Vangelo. Da parte della comunità cristiana c’è sicuramente accoglienza. Sempre nella verità e nel rispetto della tradizione della Chiesa e del suo magistero”.

Le istituzioni laiche devono tener conto del punto di vista della Chiesa?
“Credo che per le istituzioni laiche tener conto del punto di vista della Chiesa sia un vantaggio, perché la Chiesa ha una tenuta e una presa sociale che pochi altri hanno. Sarebbe abbastanza miope da parte delle istituzioni non considerare quanto fa la Chiesa. Le famiglie che assistiamo, le mense che abbiamo, le strutture per i senza dimora. Cose significative”. 

L’8 per mille è ancora sufficiente per far fronte alle esigenze della Chiesa oppure servirebbe qualcosa in più?
“L’emergenza sociale e mondiale ci dice che le offerte devono crescere di più. Per quanto riguarda l’8 per mille dobbiamo responsabilizzare i credenti a dare un contributo ulteriore. Purtroppo le scelte governative degli ultimi 20 anni non sono state favorevoli, eliminando le firme sulla dichiarazione dei redditi, soprattutto per i pensionati. E questo ci ha messo in grande difficoltà. Poi la decisione degli ultimi tre governi di fare in modo che di questo contributo possa beneficiare anche lo stato ha creato altre difficoltà, oltre che una vera e propria contraddizione. Scelte politiche su cui la Santa sede farà le opportune riflessioni”.

Daniele Camilli 


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27 dicembre, 2023

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