Caprarola – Due arresti per spedizione punitiva
Caprarola – (sil.co.) – Spedizione punitiva stile Gomorra a Caprarola. La vittima in tribunale: “Mi hanno teso un agguato e preso a sprangate”. Uno degli imputati: “Mi scuso, ma lungi da me avere una pistola”. Ammettendo, implicitamente, di avere picchiato selvaggiamente la parte offesa.
A parlare, rilasciando spontanee dichiarazioni, è stato uno dei due albanesi di 31 e 32 anni arrestati il 18 aprile 2023 e fino a due giorni fa ancora in custodia cautelare, a processo per lesioni e danneggiamento aggravati davanti al giudice Jacopo Rocchi per la feroce aggressione ai danni di un nigeriano di 37 anni, cui avrebbero teso un vero e proprio agguato a colpi di spranga l’8 febbraio dell’anno scorso nei pressi di una chiesetta isolata di Caprarola.
Una spedizione punitiva per 80 euro che sarebbero stati un debito di droga. La vittima – che ha riportato una prognosi superiore ai 40 giorni, per complessivi sessanta giorni, il doppio rispetto ai trenta delle dimissioni da Belcolle – si è costituita parte civile con l’avvocato Walter Pella. Uno dei due imputati, difesi da Franco Taurchini, nell’udienza di mercoledì ha rilasciato spontanee dichiarazioni. “Mi scuso, ma lungi da me avere una pistola”, ha detto in aula davanti alla parte offesa.
Il processo è entrato nel vivo con la testimonianza del 37enne nigeriano, picchiato con tanta ferocia che i sanitari avrebbero trovato all’interno delle ferite riportate alle braccia nel disperato tentativo di difendersi particole di metallo provenienti dalla spranga di ferro usata per picchiarlo.
Il difensore di parte civile Walter Pella
Il nigeriano, trovato per terra esanime dai soccorritori, è finito a Belcolle con entrambi i polsi rotti, una frattura scomposta a una mano, escoriazioni a tutte e due le gambe, la faccia ridotta una maschera di sangue e un trauma cranico.
Sono previsti tempi brevi per la sentenza. Ad aprile saranno sentiti altri sei testimoni, interrogati se lo vorranno gli imputati e si procederà alla discussione. Nel frattempo, sentita la parte offesa, il giudice ha accolto l’istanza della difesa, revocando i domiciliari e disponendo il divieto di avvicinamento rafforzato dal braccialetto elettronico.
I picchiatori, secondo l’accusa, sarebbero giunti in tre (uno dei quali indagato a piede libero) in prossimità della chiesetta, situata in una zona isolata e priva di telecamere, a bordo di due auto, aggredendo la vittima a bastonate e coltellate, sotto la minaccia di una pistola usata anche come oggetto contundente.
A completamento dell’azione criminale avrebbero quindi distrutto a sprangate l’auto della vittima, mentre il nigeriano, abbandonato a terra, avrebbe appena avuto la forza di chiamare i soccorritori che al loro arrivo lo avrebbero trovato esanime.
La coppia, oltre a finire nei guai per l’aggressione, lo scorso 18 aprile fu arrestata in flagranza per un quantitativo di ben mezzo chilo di hashish che gli fu sequestrato in casa dai carabinieri, durante la perquisizione domiciliare successiva alla notifica dell’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del tribunale di Viterbo su richiesta del pubblico ministero Paola Conti.
Il difensore Franco Taurchini
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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