Viterbo – Operazione “Cappuccetto Rosso”, chiesta la condanna a 6 mesi di arresto e 15mila euro di ammenda dell’allevatore viterbese Armando Tiberi e a 4 mesi di arresto e 12mila euro di ammenda del proprietario milanese della femmina “più lupo che cane”.
Sono accusati in concorso di detenzione illegale di esemplari di specie selvatica protetta, in condizioni incompatibili con la loro natura. Il giudice Daniela Rispoli, ieri, al termine della discussione, ha rinviato a lunedì 22 luglio per repliche e camera di consiglio.
È giunto così a un passo dalla conclusione il processo col rito abbreviato scaturito dal sequestro da parte dei carabinieri del Cites, il 15 aprile 2021, di 23 cani cecoslovacchi e nella denuncia a piede libero dei due imputati, difesi dagli avvocati Monica Fortuna, Andrea Danti e Irene Laurenti, che ieri hanno invece chiesto l’assoluzione con formula piena dei propri assistiti.
Ha chiesto la condanna per la collega Claudia Ricci dell’Enpa, presente la legale Anna Paradiso che ha seguito l’intero dibattimento, l’avvocato Danilo Giacomelli. Quest’ultimo contestato dai difensori, perché a suo tempo aveva tentato senza successo di costituirsi parte civile per l’associazione “Salviamo gli orsi della luna”, ma ammesso dal giudice.
Molti i particolari inediti emersi durante la discussione. Intanto si è saputo che due dei cuccioli sequestrati e portati sul Monte Amiata sono morti dopo una settimana, a un giorno di distanza l’uno dall’altro, il 29 e il 30 aprile 2021, non si sa per quale causa.
È invece morta in modo atroce a febbraio 2023, sempre sull’Amiata, Raja, la famosa femmina “più lupo che cane”, di cui gli animalisti dissero “preferiamo immaginarla libera per sempre che rinchiusa in un box di un canile”. Raja, rimasta impigliata nella rete del recinto in adiacenza al gruppo dell’altra femmina, è stata aggredita violentemente ad una zampa. Il trasporto in clinica, l’amputazione dell’ arto ferito purtroppo non le hanno salvato la vita. Le difese hanno sottolineato come Raja fosse dotata di un regolare certificato di un veterinario di Mosca, la cui veridicità non è stata mai contestata all’imputato.
Cinque degli esemplari sequestrati sono stati rilasciati subito in quanto “cani cani”, in base al test del Dna. Comprese le tre vittime, ne sono rimasti 18 al centro del processo, restituiti in custodia allo stesso allevatore Tiberi.
Le indagini avrebbero avuto lo scopo di scoprire se due cuccioli dell’allevamento di Tiberi non fossero nati in realtà altrove, nello specifico in Liguria, e se fossero figli di un ibrido lupo al 73%. Indagini di parentela, insomma, di paternità. Partite dal proprietario di La Spezia di un lupo al 73%, Navarre, sequestrato e poi dissequestrato, il cui Dna è stato campionato, che avrebbe venduto a Tiberi due figli, i cuccioli Famelica e Grifon, i cui genitori però, sul pedigree, risultano essere altri, anche se a Tiberi non è stato mai contestato il falso.
Nè figli dei genitori ufficiali, né di Navarre, ma a questo punto figli di ignoti. Tanto più, come hanno fatto notare le difese, che i test biologici hanno escluso che Grifon potesse essere figlio di Navarre, mentre per Famelica è emersa solo una remota possibilità. “Eppure gli esperti sono venuti a dirci che l’unica cosa facile da accertare è il collegamento padre-figlio”, ha sottolineato Danti per la difesa Tiberi.
A carico di Tiberi anche le sommarie informazioni di due donne, insospettite per l’eccezionale aggressività dei cani comprati dall’allevatore viterbese, che però non sono mai stati sequestrati.
Tutti particolari sottolineati nel corso della discussione dai tre difensori degli imputati, con Danti che ha fatto notare come il giorno stesso del sequestro, la Asl abbia effettuato un sopralluogo per verificare le condizioni igienico-sanitarie dell’allevamento, giungendo alla conclusione che le condizioni erano “accettabilissime su tutti i fronti”. Quindi un’ultima stoccata: “Non hanno trovato carcasse, come le abbiamo invece trovate noi sull’Amiata”.
Silvana Cortignani
Fotogallery: Cani da lupo cecoslovacchi – Il rientro nell’allevamento
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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