Viterbo – (sil.co.) – “Voleva che dicessi che ero caduta dagli scogli”. Picchiata selvaggiamente dal suo ex per aver perso un pesce durante una battuta di carp fishing in notturna sulle rive del lago di Bolsena – a Grotte di Castro, la notte tra il 12 e il 13 maggio dell’anno scorso – dopo pochi giorni è tornata a cercarlo inviandogli messaggi tramite una terza persona per mettersi in contatto.
Si è concluso con lo “scoop” del difensore Giovanni Labate l’interrogatorio fiume della 25enne presunta vittima di un 33enne viterbese, il “pescatore”, in carcere dallo scorso 20 giugno con l’accusa di maltrattamenti e lesioni alla ex e ai suoi familiari, tra cui il padre che a causa delle botte ricevute avrebbe riportato in un’occasione ben 24 punti di sutura al volto.
Tanti episodi, su tutti a feroce aggressione al lago quando la 25enne si è fatta sfuggire il pesce: “Mi ha detto ‘poteva essere il pesce della mia vita’, poi mi ha dato della ritardata e presa a calci, tirandomi per i capelli e sbattendomi la testa sulla macchina. Alle 4 ho chiamato i carabinieri dicendo che avevo un braccio rotto, ma senza spiegare e senza dirlo a lui. Alle 6 hanno richiamato loro, lui mi ha strappato il telefono per sapere perché e quando ha scoperto che li avevo chiamati io, mi ha picchiata di nuovo facendomi uscire il sangue dal naso”.
“Sono scappata – ha proseguito la 25enne – con lui che mi rincorreva attorno alla macchina e che mi intimava di fingere di essere caduta sugli scogli, I carabinieri, prima che salissi sull’ambulanza del 118, mi hanno scattato tante fotografie. Oltre al polso rotto, ero piena di lividi in tutto il corpo ed ero una maschera di sangue”.
La donna, i genitori e il fratello sono parte civile con l’avvocato Stefano Billi, mentre il processo è entrato nel vivo ieri davanti al giudice Jacopo Rocchi, partendo da una querela sporta dalla ragazza il 22 giugno 2023 e ritirata due giorni dopo, seguita dalla convivenza cominciata il successivo 7 luglio e proseguita fino all’allontanamento della scorsa primavera.
“Ho ritirato la denuncia in cui dicevo che lui spacciava e mi aveva violentata perché non era vero niente – ha ammesso la 25enne, spiegando – avevo detto quelle cose perché aveva litigato e alzato le mani su mio padre, che non voleva che stessi con lui”. È successo di nuovo, il 27 maggio dell’anno scorso, quando lei aveva il polso rotto a causa delle botte che il 33enne le aveva dato al lago: “Mi aveva seguito al parco, dove stavo con mio fratello. Ho urlato e sono accorsi i miei genitori. Ricorderò sempre la faccia di mio padre che sputava sangue, gli hanno messo 24 punti. Se non mi avessero fermato i carabinieri, lo avrei ucciso”.
L’udienza si è chiusa con l’ammissione di avere cercato di contattare il 33enne pochi giorni dopo il pestaggio per il pesce scappato: “Ero ancora innamorata”.
Si torna in aula fra un mese, quando saranno ascoltati i familiari.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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