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Tribunale - Imputato un 33enne viterbese, in carcere da tredici mesi - Ieri padre e madre hanno testimoniato a favore del figlio

Picchiata per un pesce, i genitori dell’ex: “Nostro figlio la chiamava principessa”

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Giovanni Labate

Il difensore Giovanni Labate

Stefano Billi

L’avvocato di parte civile Stefano Billi

Viterbo – (sil.co.) – “Principessa”. Secondo la madre il “pescatore” avrebbe chiamato così la 25enne con cui ha convissuto nove mesi a casa dei genitori. Una convivenza durata da luglio 2023 al 13 maggio 2024, quando il figlio della donna ha rotto un polso alla ragazza durante una battuta di pesca in notturna sul lago di Bolsena, perché si era fatta sfuggire una carpa, “poteva essere il pesce della mia vita”.

Imputato il 33enne viterbese in carcere da tredici mesi, contro il quale si sono costituiti parte civile con l’avvocato Stefano Billi la ex, i genitori e il fratello minorenne. La settimana scorsa il 33enne è stato assolto dalle accuse di maltrattamenti in famiglia e estorsione (di soldi) ai danni del padre e della madre.

Entrambi i genitori, ieri davanti al giudice Jacopo Rocchi, lo hanno strenuamente difeso, dicendosi pronti ad accoglierlo in casa qualora gli vengano concessi i domiciliari col braccialetto, chiesti dall’avvocato Labate. Più loquace del padre, la madre 57enne ha spiegato che la coppia per nove mesi sarebbe andata d’amore e d’accordo: “A parte i soldi, perchè non lavoravano e i genitori di lei non contribuivano”.

“Lui la chiamava principessa, i lividi lei se li procurava cadendo da sola, perché era maldestra. Litigavano, discutevano, ma lei era contenta di stare da noi, non se ne voleva andare”, ha proseguito. “Il giorno del lago fu lei a telefonarmi per dirmi ‘ci hanno separati’, al che le dissi ‘ora basta’”.

Sia la donna che il marito 64enne hanno parlato dei presunti maltrattamenti nella famiglia d’origine che avrebbero spinto il figlio a portarsi a casa la 25enne, ammettendo che episodi di collera incontrollata da parte dell’imputato. “Ma non verso la ragazza – ha detto il padre – eravamo io e lui ad azzuffarci. Lui ci disse ‘dobbiamo salvarle la vita’ e la portò in casa. Siccome non lavoravano, mantenevamo tutti e due. Tra loro solo qualche discussione, fino alla lite del 24 aprile 2024, quando siccome non la smettevano più siamo intervenuti io e mia moglie e con lui ci siamo azzuffati”.

Discussione a settembre.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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17 luglio, 2025

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