Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – La storia non si cancella con una mano di vernice.
Fa un certo effetto vedere quanto clamore possa suscitare una scritta su un muro. Ogni volta che riaffiora una traccia del fascismo sembra che l’Italia debba recitare sempre lo stesso copione: polemiche, indignazione, richieste di cancellazione. È una discussione che si ripete da decenni e che forse dice meno della politica e molto di più di un vero e proprio tabù psicologico: l’incapacità di guardare il passato per quello che è, senza sentire subito il bisogno di coprirlo, rimuoverlo, farlo sparire.
La vicenda della scritta “Casa del balilla” sul Mariano Buratti merita naturalmente rigore. Bisogna verificare se il restauro sia stato eseguito correttamente, se la ricostruzione sia fedele alla storia dell’edificio e se siano state rispettate tutte le procedure previste. Sono questioni serie, che devono trovare risposte altrettanto serie.
Viterbo – Filippo Rossi
Ma, una volta accertato tutto questo, resta una domanda molto semplice: se quella scritta appartiene davvero alla storia del palazzo, perché dovrebbe essere nascosta?
La risposta, probabilmente, sta nel rapporto irrisolto che l’Italia continua ad avere con il proprio Novecento. Facciamo ancora fatica a distinguere la storia dal giudizio sulla storia. Come se riconoscere ciò che il fascismo ha costruito, trasformato o lasciato significasse automaticamente assolverne la natura politica.
Eppure Ernesto Galli della Loggia, nel suo recente “Una capitale per l’Italia” per un racconto della Roma fascista, scrive parole che andrebbero meditate: “Di questa modernità fascista così come dei suoi tempi e anche del suo capo tutti conosciamo perfettamente i contenuti ideologici e politici per noi inaccettabili. E tuttavia è come se avvertissimo che quella modernità esprime comunque qualcosa che non può essere racchiuso nel cerchio del negativo”.
Ha ragione. Quella modernità non può essere semplicemente rimossa. Non perché debba essere celebrata, ma perché è esistita. Ha cambiato il volto delle città, ha lasciato edifici, strade, quartieri, opere pubbliche, linguaggi architettonici. Se questo vale per Roma, vale anche per Viterbo. Fingere che tutto ciò non sia mai accaduto non rende più forte l’antifascismo. Rende soltanto più povera la nostra capacità di leggere la storia.
Io, su questo, sto anche con Antonio Pennacchi. Quando gli chiesero di cambiare il titolo del suo Canale Mussolini, rispose: “Quel canale si chiamava Mussolini. Se si fosse chiamato Veltroni, il libro si sarebbe intitolato Canale Veltroni”. Oggi quel corso d’acqua si chiama Canale delle Acque Alte, ma il romanzo continua a chiamarsi Canale Mussolini. Perché la storia non si cambia con un colpo di penna.
Lo stesso vale per una scritta come “Casa del balilla”. Conservarla non significa celebrare il fascismo. Significa riconoscere che quel muro racconta una parte della storia d’Italia.
Una parte della nostra storia che certamente non piace, ma che è esistita. Pensare di combattere il fascismo cancellando ciò che il fascismo ha costruito e lasciato è un modo quasi adolescenziale, a tratti persino ridicolo, di declinare il proprio antifascismo. Il fascismo non si sconfigge facendo sparire una scritta da una facciata. Si sconfigge conoscendolo, studiandolo, spiegandolo, comprendendo come sia stato possibile e quali conseguenze abbia prodotto.
Cancellare quelle tracce come se non fossero mai esistite è un non senso politico e culturale. E, alla fine, rende più debole chi cancella, non ciò che si vorrebbe cancellare. Una democrazia sicura di sé non ha bisogno di rimuovere il proprio passato, nemmeno quello peggiore. Ha il dovere di conservarlo, raccontarlo e contestualizzarlo.
E forse dovremmo dedicare un po’ meno tempo a litigare su ciò che è stato costruito cent’anni fa e un po’ più tempo a discutere di ciò che dovremmo costruire oggi. Se impiegassimo le stesse energie per immaginare e rifondare la Viterbo di domani, probabilmente questa città crescerebbe molto di più.
Perché il vero problema non è una scritta che appartiene alla nostra storia. Il vero problema è la difficoltà di immaginare la storia che vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi. La storia d’Italia non si cancella. Si studia, si comprende e si conserva. Il futuro, invece, è ancora tutto da costruire.
Filippo Rossi
Egregio Filippo Rossi,
il problema non è cancellare la storia. Il problema è non inventarla.
Nessuno ha chiesto di abbattere l’edificio, di nasconderne l’origine o di cancellare le testimonianze ancora esistenti dell’architettura fascista. La sede del liceo classico Mariano Buratti fu costruita a partire dal 1930 ed era destinata alla Casa del balilla. Questo è un fatto storico e, come tale, deve essere conosciuto, studiato e spiegato.
Ma qui non siamo davanti alla semplice conservazione di una scritta chiaramente leggibile. Prima dei lavori, “Casa del balilla” non era più leggibile con chiarezza ed era quasi scomparsa. Durante l’intervento qualcuno ha deciso di ricrearla. Non di mantenerla come era. È questa scelta che deve essere spiegata.
Va anche detto che, quando la sede fu inaugurata da Renato Ricci, quella scritta non c’era. Esistono poi immagini successive che riportano la dicitura “Opera Balilla”. In altre immagini la scritta è “Gioventù Italiana del Littorio”. E allora la domanda diventa ancora più seria: chi decide a quale fase storica debba essere riportato un monumento? Perché proprio quella? E sulla base di quale criterio? E non mi si dica la più recente perché la più recente è quella in cui la scritta non si legge.
Liceo classico Mariano Buratti – L’edificio il giorno dell’inaugurazione il 5 maggio del 1937 alla presenza di Renato Ricci fondatore dell’Opera nazionale Balilla
Conservare ciò che esiste è un dovere. Ricreare una parte mancante è un’altra cosa. Ammesso, per assurdo, che esista un metodo scientifico, che non esiste, richiederebbe criteri scientifici, tracce materiali, saggi stratigrafici, rilievi e una documentazione storica precisa. Non basta dire che una scritta, in un determinato momento, c’era. Bisogna chiarire come siano state determinate la forma, la posizione, le dimensioni e i caratteri delle lettere oggi ricostruite. Bisogna, ripeto, stabilire in quale anno si collochi il monumento autentico. E qui la scientificità si colloca allo stesso livello del tirare a caso. E se poi vogliamo l’edificio autentico a tutti i costi, quale giorno migliore dell’inaugurazione. Ebbene, puta cosa quel giorno non c’era nessuna scritta sull’edificio. La documentazione è chiara allora quanto stabilito, sembrerebbe dalla soprintendenza, è una scelta ideologica e non è lontana dal falso storico. Soprattutto se la si volesse dare come unica scelta possibile.
Io dico che pittare sopra l’intonaco rifatto, restituendo arbitrariamente visibilità a una scritta quasi scomparsa, non è corretto filologicamente, storicamente e moralmente. Non si tratta di qualcosa di obbligatorio. Si tratta di una scelta. Qualcuno ha scelto di farlo. Una scelta fatta senza nessuna base concreta.
Non è una questione di tabù psicologico. È una questione di correttezza storica e di trasparenza amministrativa.
Voglio sapere se la ricostruzione della scritta fosse prevista nel progetto, chi l’abbia proposta, chi l’abbia autorizzata e sulla base di quale documentazione. Voglio sapere quale ruolo abbia avuto la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, guidata dalla soprintendente Margherita Eichberg.
Poi c’è il significato politico e simbolico dell’intervento. Quella non è una scritta qualsiasi e quello non è un edificio qualsiasi. È il liceo classico intitolato a Mariano Buratti, finanziere, insegnante e comandante partigiano, torturato nel carcere nazista di via Tasso e fucilato a Forte Bravetta il 31 gennaio 1944.
Ridipingere la denominazione “Casa del balilla” proprio sulla scuola che porta il nome di un eroe della Resistenza non è un atto neutro. Non lo diventa semplicemente chiamandolo restauro. Torno a qualche esempio. Visto che sappiamo come era la Cappella Sistina prima che le fossero messe le braghe da Daniele Ricciarelli (il Braghettone) che facciamo, dipingiamo sopra le braghe i sessi di uomini e donne? Altra cosa, se si potesse togliere, le braghe. Altra cosa è dipingere nuovi peni sopra. Ecco in questo caso sono stati, metaforicamente pittati peni nuovi su intonaco nuovo, addirittura. Tutto arbitrario. Tutto frutto di scelte molto discutibili.
La storia non si cancella, certo. Ma neppure si ricrea a fantasia. Si conserva ciò che è rimasto, si documenta ciò che è perduto e si contestualizza ciò che viene mostrato. Se invece si ricostruisce una scritta quasi scomparsa senza spiegare pubblicamente come e perché, non si sta difendendo la storia: si sta compiendo una scelta culturale e politica.
Qualcuno ha scelto di sputare in faccia a Mariano Buratti. E io non sono per nulla d’accordo. E poi prima di riconoscere la storia di un edificio bisogna conoscerla la storia dell’edificio. E nel ‘37 la scritta non c’era. Come dire: la storia non si cancella con una mano di vernice, certo, ma non si manipola neppure con un colpo di pennello.
Carlo Galeotti
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