Macchina del fango - I racconti degli ex collaboratori di Paolo Gianlorenzo davanti al pm
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 Paolo Gianlorenzo |
 Giuseppe Ciarrapico |
(s.m.) – “Metodo Ciarrapico”. Così i collaboratori di Paolo Gianlorenzo definivano la condotta professionale del loro direttore. La macchina del fango come pratica di lavoro giornalistico, applicata alle grandi inchieste: individuato il bersaglio, lo si colpiva a ripetizione sul giornale, per poi abbassare il tiro di punto in bianco.
Sono gli ex redattori di “Nuovo Viterbo Oggi” e dell'”Opinione” a riferirlo al pm Massimiliano Siddi, che indaga sul giornalista Gianlorenzo e su altre dieci persone. I verbali delle loro deposizioni in Procura illustrano punto per punto la fenomenologia della macchina del fango. Prima uccidere. Poi trattare.
I fuoriusciti di Gianlorenzo vengono dalla scuola di Giuseppe Ciarrapico: editore, ex senatore Pdl, mentore di Gianlorenzo e a processo per stalking a mezzo stampa. Era lo stesso Ciarrapico a dare lezioni di giornalismo in redazione. Lo racconta in Procura Roberto Pomi, ex di “Nuovo Viterbo Oggi” e dell'”Opinione”. “Ciarrapico ci spiegava come si doveva fare il giornale, ovvero il fatto di individuare un personaggio in vista o comunque importante, farselo in un primo tempo nemico attraverso una vigorosa campagna di stampa e, successivamente, farselo amico”. Quei giovani giornalisti, Ciarrapico li voleva “come i gatti selvatici e le piovre”. Il resto lo faceva, secondo i testimoni, Gianlorenzo, con le sue direttive editoriali. Come il “diktat” su Francesco Battistoni, ex presidente della commissione regionale Agricoltura. Primo bersaglio della macchina del fango.
“Ci impose per il futuro di non pubblicare più immagini di quest’ultimo”, ha spiegato Pomi al pm. Daniele Camilli aggiunge che doveva essere “esaltata la figura dell’assessore all’Agricoltura della Regione Lazio Angela Birindelli”.
Pomi e Camilli sono tra i sei “dissidenti” che denunciano Gianlorenzo dopo l’aut aut del 2011: o il taglio dello stipendio o il licenziamento. Se ne vanno tutti e sei, al culmine di un periodo di screzi e tensioni. Pomi aveva creduto davvero nel valore di denuncia sociale di quel giornalismo strillato e feroce. “Ogni qualvolta Gianlorenzo intraprendeva una di queste campagne la sottoponeva all’attenzione del giornalista che doveva materialmente seguirla come una campagna dall’alto valore morale. Su questi presupposti noi giovani giornalisti ci sentivamo motivati e ci impegnavamo con la massima dedizione. Grande è stato il nostro stupore e la nostra delusione nel constatare che, all’improvviso, senza nessuna apparente motivazione giornalistica, bisognava invertire la tendenza e cominciare a esaltare il tal personaggio di turno”.
Dalle bastonate mediatiche alle lusinghe. La quiete dopo il massacro, che durava fino al raggiungimento dello scopo: il compromesso con la vittima. O meglio “trovare un accordo fruttuoso per gli interessi di Gianlorenzo”, racconta al pm Siddi un’ex redattrice di “Nuovo Viterbo Oggi”. Un’altra spiega che il direttore “spesso soleva dire: O l’ammazzo o me lo faccio amico”. Le intercettazioni di Gianlorenzo confermano: “A me la vita mi ha insegnato sulle mie spalle che tanto più gli meni e più ti vogliono bene”, dice al telefono con tale Giorgio. E nella stessa conversazione: “Se tu una persona non riesci a ucciderla, fattela amica. E’ una massima che funziona sempre”.
La psicologia spicciola di Gianlorenzo è tutta nella deposizione in Procura di Camilli: “Ha sempre impostato la linea editoriale distinguendo tra persone amiche e persone nemiche non tanto sulla base di consonanze personali, quanto sulla base di precise convenienze economiche. Era solito affermare pubblicamente: E’ amico chi ci dà i soldi”. Chi lo ostacolava, finiva nella lista dei cattivi. Candidato ideale a morire strozzato dalla macchina del fango. O dal metodo Ciarrapico.
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