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Macchina del fango - Ferdinando Selvaggini, indagato nell'inchiesta Asl, racconta le pesanti pressioni subite da Gianlorenzo

“Dobbiamo fare squadra contro Aloisio”

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Paolo Gianlorenzo

Paolo Gianlorenzo

Ferdinando Selvaggini

Ferdinando Selvaggini

Un meccanismo infernale fatto di pressioni continue. Sarebbe servito a raggiungere lo scopo di Paolo Gianlorenzo: spingere il funzionario della Asl Ferdinando Selvaggini a “fare squadra contro Aloisio”, ex direttore generale della Asl.

Per Gianlorenzo l’inchiesta Asl è terra di conquista. Lo sostengono le carte sulla macchina del fango azionata dall’ex direttore dell'”Opinione di Viterbo” e “Nuovo Viterbo oggi”, indagato per tentata estorsione e corruzione.

Secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori, il giornalista avrebbe fatto un uso insano delle diecimila pagine di atti dei pm dell’inchista Asl, che indagano più di trenta persone in tre anni. Risultato: un lavoro certosino dei magistrati in una mole sterminata di carte, che Gianlorenzo tratta come un pozzo senza fondo, cui attingere per colpire il bersaglio di turno.

Manganellate mediatiche tutt’altro che casuali o gratuite. Stando a quanto raccolto dagli investigatori che indagano sulla macchina del fango, Gianlorenzo si muoveva per obiettivi precisi. Uno era distruggere Aloisio. Numero uno della Asl e dell’inchiesta che la riguarda, dimessosi nel 2009 proprio per la feroce campagna stampa di Gianlorenzo contro di lui.

E’ scritto nel verbale di sommarie informazioni rese da Ferdinando Selvaggini, ex dirigente del centro elaborazione dati della Asl. Anche lui indagato di punta dell’inchiesta Asl.

Al pm Massimiliano Siddi, che indaga su Gianlorenzo e altre dieci persone, Selvaggini racconta i suoi rapporti col giornalista. “Mi si è presentato invitandomi, così si esprimeva, a entrare nella sua squadra”. Era il 2009. L’anno del doppio arresto di Selvaggini per tangenti.

“Gianlorenzo mi diceva che, se non prendevo le distanze da Aloisio e collaboravo con lo stesso Gianlorenzo, sarei andato incontro a problemi seri – continua Selvaggini -. Poiché non era mia intenzione fornire a Gianlorenzo notizie e documenti del mio ufficio, per un certo periodo, sul quotidiano “Nuovo Viterbo oggi” da lui diretto, è uscita una serie di articoli molto forti nei miei confronti nei quali mi attaccava, ipotizzando un mio personale coinvolgimento nel malaffare della Asl”. A quell’epoca, l’ex dirigente del Ced non sapeva neppure di essere indagato.

E’ proprio questo l’altro anomalo retroscena che emerge dai racconti di Selvaggini. Gianlorenzo conosceva a menadito gli atti dell’inchiesta Asl. Li aveva in mano prima del tempo. Prima della chiusura delle indagini. Prima degli stessi indagati. “Mi sottoponeva vario materiale investigativo, sia in forma cartacea sia informatica, compreso il testo di alcune intercettazioni e interrogatori che io neppure conoscevo”.

Con gli indagati, Gianlorenzo millanta di avere “copertura totale”. Per Selvaggini “è la copertura che si è sempre vantato di avere dai carabinieri di Viterbo”, in particolare su alcune “dirompenti iniziative giornalistiche che stava per intraprendere”. Selvaggini si riferisce all’episodio delle figlie del giudice di Viterbo Salvatore Fanti. Lo stesso che rigettò gli arresti per Aloisio & Co. per poi vedersi accusato di scarsa imparzialità sul giornale di Gianlorenzo. Il tutto perché la figlia di Fanti lavorava alla Asl. Ma a Selvaggini i conti non tornano: “all’epoca dell’assunzione della figlia del giudice Fanti non vi era alcuna indagine in corso” sottolinea. Gianlorenzo, nel racconto dell’ex responsabile del Ced, replica di avere la famosa “copertura” e quindi “non correva alcun rischio”.

La spirale creata intorno a Selvaggini è perversa. Il giornalista tenta insistentemente di tirarlo dalla sua parte. “Usava l’espressione: dobbiamo fare squadra contro Aloisio” dice Selvaggini. E ancora: “Per quello che potevo capire, a Gianlorenzo non interessava minimamente la verità dei fatti, in quanto il suo scopo era solo quello di indurmi ad accusare Aloisio a prescindere”.

“Successivamente alla mia liberazione – continua Selvaggini – Gianlorenzo mi si è presentato nuovamente dicendomi: hai visto cosa ti è successo? Se mi avessi dato ascolto non ti saresti trovato nei guai”. Lui non lo fa e scatta la macchina del fango. Per Selvaggini la situazione in famiglia si fa sempre più tesa. Gli articoli di Gianlorenzo su di lui sono “molto violenti”: in uno “compariva il corpo di un uomo in divisa da carcerato con una palla al piede, con la mia testa apposta a seguito di fotomontaggio”.

A Selvaggini gli inquirenti chiedono anche perché, in alcune telefonate intercettate, i rapporti col giornalista sembrano di “unità di intenti e apparente amicizia”. L’ex dirigente risponde che era tutto “frutto di una precisa strategia finalizzata a evitare che questi mi attaccasse ferocemente sul suo giornale”. In poche parole, cercava di mettere a tacere la macchina del fango per proteggere la sua famiglia.


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4 agosto, 2013

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