Viterbo – (sil.co.) – Gonfia di botte la compagna perché si fa sfuggire un pesce dalla canna, poi all’arrivo dei soccorsi cerca di farla scendere dall’ambulanza e dice ai carabinieri “sono un pluripregiudicato cresciuto a Tor Bella Monaca, non mi fate paura”.
Per questo lo scorso 13 maggio è stato arrestato ed è finito ai domiciliari per maltrattamenti e lesioni aggravate un 33enne viterbese, per il quale il gip Rita Cialoni convalidando l’arresto, ha disposto la misura cautelare del divieto di avvicinamento a meno di 500 metri dalla persona offesa e dai suoi familiari rafforzato dal braccialetto elettronico. L’imputato è difeso dall’avvocato Francesca Bufalini.
Non contento, mentre lei era in caserma, le avrebbe inviato messaggi Whatsapp minacciosi, del tenore “stai attenta a quello che dici”, “di che sei cascata sugli scogli”, “se mi ami mi devi rispettare”, “devi credere, devi ragionare”, “non me devi rompe il cazzo quando non è aria”. E infine le avrebbe inviato anche un video che lo ritrae mentre dà fuoco ai suoi vestiti.
Vittima la compagna, che sarebbe stata troppo innamorata per lasciarlo e avrebbe continuato a stare con lui nonostante lo avesse già denunciato il 22 giugno dell’anno scorso, quando aveva aggredito sia lei che il padre, rimettendo dopo pochi giorni la querela.
Un’escalation di violenza, fino all’alba di lunedì 13 maggio quando, durante un’attività di pesca sul lago di Bolsena, presso il “Fosso” sul lungolago di Grotte di Castro, contrariato dal comportamento della compagna, responsabile di aver fatto slamare un pesce dalla canna da pesca, il 33enne si sarebbe scagliato violentemente contro di lei, colpendola su tutto il corpo con calci e pugni per poi raggiungerla nell’autovettura, nella quale era riuscita a rifugiarsi momentaneamente, continuando a colpirla in varie parti del corpo, fratturandole il polso sinistro con una prognosi di 30 giorni.
La coppia aveva trascorso il weekend sulle rive del lago di Bolsena, dormendo in macchina nei sacchi a pelo. “La pesca piace a entrambi, ma solo che iniziano le discussioni perché vuole che io faccio le cose per bene ma non sono capace”, avrebbe spiegato la vittima. “Era partito il segnalatore di una canna da pesca perché aveva abboccato il pesce, allora io mi sono alzata perché lui dormiva, sono andata lì ho provato a tirare la canna solo mi si è slamata. Lui ha iniziato a dirmi che non so fare un cazzo e che poteva essere il pesce della mia vita e mi ha buttato per terra prendendomi a calci”. Allora lei per sfuggirgli si è rinchiusa in auto e ha chiamato il 112.
Secondo la querela, i maltrattamenti sarebbero cominciati dopo appena cinque mesi che la coppia era andata a convivere a casa dei genitori dell’uomo. Il compagno l’avrebbe costretta a vivere in uno stato continuo di pressione psicologica, “svegliati devi crescere”, dando in escandescenze per un nonnulla oppure facendole scenate di gelosia, ingiuriandola con frasi del tipo “deficiente, handicappata”, nonché prendendola a calci e pugni o tirandole addosso degli oggetti, tipo il telefono cellulare, procurandole anche delle lesioni personali per le quali la persona offesa non era ricorsa però a cure mediche.
Solitamente le aggressioni avvenivano dentro casa. Ad aprile sarebbe stata picchiata anche davanti alla suocera che cercava di difenderla. Ma una volta sarebbe stata presa a cazzotti su una coscia anche mentre erano in macchina. Fino a due settimane fa, quando la vittima è finita in ospedale con una prognosi di 30 giorni.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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