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Tribunale - Colpo alla Doganella - Gli investìgatori sono risaliti a un colpo precedente in cui aveva perso sangue

Rapina a mano armata, uno dei banditi tradito dal Dna sullo spazzolino

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Carabinieri del Ris, reparto investigazioni scientifiche

Carabinieri del Ris, reparto investigazioni scientifiche

Luigi Mancini

Luigi Mancini

Canino – (sil.co.) – Rapina a mano armata alla cooperativa agricola Doganella di Canino, uno dei banditi tradito dalle tracce di Dna lasciate su uno spazzolino da denti. 

Nel frattempo è stato però nuovamente rinviato il processo ai due pluripregiudicati accusati del colpo messo a segno nel tardo pomeriggio del 6 novembre 2020, identificati nel 2022 grazie al Dna repertato dalla scientifica sul luogo del crimine. 

Imputati il viterbese rapinatore seriale di farmacie Angelo Nicola Serra, 46 anni, difeso dall’avvocato Luigi Mancini; e il 50enne siciliano Davide Ginevra, professionista invece delle rapine in banca, difeso dall’avvocato Alice Ferrari del foro di Roma.

Ieri era presente in aula solo Ginevra, in videocollegamento dal carcere di Catania, dove è recluso. Il collegio ha rinviato a giugno per ascoltare l’ultimo teste dell’accusa, dopo di che sembra che vorranno essere sentiti gli imputati. Nessun testimone è invece previsto per la difesa, per cui si provvederà a discussione e sentenza.

L’ultima udienza utile risale al 9 gennaio 2024, quando furono sentiti i due dipendenti che, appena usciti dalla cooperativa a fine giornata di lavoro, furono vittime di un ”agguato al buio” da parte di una coppia di banditi incappucciati, che li costrinsero a rientrare all’interno, dove c’era ancora un operaio. 

“Ci hanno minacciati con una pistola vera non con una scacciacani”, hanno detto. Erano appena saliti sulle rispettive automobili quando sono stati obbligati a scendere con una pistola puntata sulla faccia dal finestrino, da due individui vestiti di scuro, incappucciati e coi volti travisati da mascherine anti Covid, cappelli, scaldacollo e occhiali.

Una volta bloccati i due dipendenti all’esterno e avere sottratto all’uomo 150 euro dal portafoglio e il cellulare dalla borsa della donna, li hanno costretti a entrare nel magazzino, dove c’era un operaio, minacciato anche lui con la pistola per farsi consegnare i 1650 euro della cassa, obbligando poi tutti e tre a sdraiarsi sul pavimento, legando loro le mani dietro la schiena con delle fascette di plastica, per ritardare l’allarme mentre si davano alla fuga, lasciandosi dietro un’infinità di tracce. 

Tracce di cui ha parlato con dovizia di particolari il maresciallo del Ris di Roma originario di Terni che ha analizzato i sei reperti. da cui sono emersi i profili degli imputati: uno scaldacollo blu, un cappellino nero, due guanti di lattice e un fazzoletto di carta riconducibili a Serra e un mozzicone di sigaretta riconducibile a Ginevra.

Ginevra, in particolare, il cui profilo era già presente nella banca dati, è stato incastrato dal mozzicone di sigaretta trovato sulla scena del crimine grazie a un colpo in banca commesso nel 2016. “C’era stata una rapina in una banca di Tortona, in provincia di Parma, dove uno dei banditi aveva perso sangue. Due anni dopo, nel 2018, grazie al confronto con il Dna trovato su uno spazzolino da denti, è emerso che il sangue era di Ginevra. Per questo il suo profilo era nella banca dati”, ha spiegato il militare.

Un bottino modesto, meno di duemila euro in contanti, ma la coppia di rapinatori, secondo quanto riferito in tribunale dai dipendenti, presumibilmente si aspettava di più: “Volevano sapere dove fosse la cassaforte, ma non c’era nessuna cassaforte”.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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16 aprile, 2025

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