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Tribunale - Rapina a mano armata alla Doganella - Si difende il pregiudicato viterbese, le cui tracce di Dna sono state rinvenute su un berretto nero

“Di quel cappellino esistono 10mila pezzi, distribuiti in tutta la provincia”

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Canino –  (sil.co.) – Rapina a mano armata alla cooperativa agricola Doganella di Canino: “Di quel cappellino esistono 10mila pezzi, distribuiti in tutta la provincia”. Rigetta tutte le accuse uno dei due presunti banditi che, incappucciati, la sera del 6 novembre 2020 hanno messo a segno un colpo da duemila euro minacciando i tre dipendenti con una pistola. Si tratta di un pregiudicato viterbese di 47 anni, le cui tracce di Dna sono state rinvenute sulla scena del crimine. 


Carabinieri del Ris, reparto investigazioni scientifiche

Carabinieri del Ris, reparto investigazioni scientifiche


Si tratta del pregiudicato viterbese Angelo Nicola Serra, 47 anni, difeso dall’avvocato Luigi Mancini, imputato di rapina aggravata davanti al collegio, in concorso col  il 51enne siciliano Davide Ginevra, professionista delle rapine in banca, difeso dall’avvocato Antonino Ficarra del foro di Gela.

Secondo l’accusa, avendo lavorato a Canino, Serra sarebbe la talpa della rapina, la cui voce è stata descritta come familiare e dall’accento locale dalle vittime. Avrebbe suggerito il colpo, sempre secondo l’accusa, pensando di trovare una “ricca” cassaforte, che invece non c’era.

A distanza di un anno e mezzo, nel 2022, i due presunti rapinatori sono stati traditi dalle tracce di Dna repertate dai carabinieri sulla scena del crimine, Nello specifico, uno scaldacollo blu, un cappellino nero, due guanti di lattice e un fazzoletto di carta riconducibili a Serra e un mozzicone di sigaretta riconducibile a Ginevra.

“Conosco quel cappellino nero, fa parte di uno stock di diecimila pezzi che abbiamo prodotto con un mio amico designer e che abbiamo distribuito in tutto il Viterbese, dalle discoteche alle spiagge, e messo in vendita anche on line assieme a un portachiavi con lo stesso marchio”, ha spiegato Serra durante l’udienza di ieri, dicendosi “estranesssimo” a tutte le accuse.

Interrogato dalla presidente Savina Poli ha quindi aggiunto che quella sera si trovava a Viterbo, dove gestiva un resort al Paradosso, di cui in quel periodo era ospite Ginevra. “Era uscito da poco dal carcere, dove ci eravamo conosciuti tre anni prima, tra il 2017 e il 2018, mentre stavo scontando una condanna a sette mesi, Ma non eravamo amici, semplicemente lui era il capo cuoco e distribuiva i pasti nelle sezioni”.

“Lo avevo incontrato in un bar di Viterbo e mi aveva detto che alloggiava in un b&b perché aveva ancora l’obbligo di firma. Allora gli ho proposto di affittare per 350 euro al mese uno degli appartamento che gestivo, trovandogli anche qualche lavoretto. Ma è rimasto solo tre mesi, perché non pagava, e a Natale del 2020 se ne è andato ed è tornato in Sicilia”.

Ginevra ha rinunciato all’esame, quindi all’occasione di farsi interrogare o rilasciare spontanee dichiarazioni prima della discussione. Il difensore Mancini, che assiste Serra, ha invece revocato il proprio testimone, per cui la prossima volta il pubblico ministero e i legali degli imputati faranno le proprie richieste prima della sentenza, prevista in autunno.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”


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17 giugno, 2026

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