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Viterbo - Difese all'attacco - Sentenza a fine mese - Gli avvocati decisi a smontare la versione del "grande accusatore"

Tangenti Asl, tutti contro Moscaroli

di Stefania Moretti
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Alfredo Moscaroli

Alfredo Moscaroli

Luciano Mingiacchi, ex direttore generale della Asl Roma H

Luciano Mingiacchi, ex direttore generale della Asl Roma H, tra gli imputati al processo 

Viterbo – Tutti contro Alfredo Moscaroli.

Se il grande accusatore parla, le difese degli accusati lo smontano.

La strategia degli avvocati del processo bis sulle tangenti Asl è fare a pezzi il “castelletto ridicolo” – così lo definiscono – dell’ex patron della Isa, azienda viterbese che ha sborsato fior di tangenti fin dal ’92 per accaparrarsi appalti informatici della Asl.

Le mazzette arrivano fino alle aziende sanitarie di Rieti e Roma H, secondo i magistrati Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, che contestano corruzione e turbativa d’asta all’ex direttore generale della Asl di Roma H Luciano Mingiacchi, alla dirigente del servizio informatico di Rieti e Roma H Patrizia Sanna e al socio Isa Riccardo Perugini. L’unico per cui l’accusa ha chiesto l’assoluzione. Ieri l’ultima udienza; la sentenza, a fine mese.

“Moscaroli è il grande assente del processo”, per l’avvocato di Perugini, Francesca Butti, che coglie il vero punto debole del lungo racconto dell’ex patron della Isa: perché questo vittimismo? Perché foraggiare dirigenti Asl per vent’anni se la Isa non ne traeva vantaggi economici? Perché questa paura di perdere gli appalti della pubblica amministrazione se per la Isa erano lacrime, sangue e tangenti a remissione?

Testimoniando al “miniprocesso” Rieti-Roma H nel 2013, Moscaroli anticipa la sua difesa al “maxiprocesso” Asl di Viterbo, iniziato l’anno dopo: trenta imputati tra cui l’ex patron della Isa. Che la scorsa settimana ha ripetuto il suo mantra davanti ai giudici: lacrime, sangue e tangentiLo dice da sei anni. Da quando finì in carcere nel 2009, uscendo dopo il suo memoriale fitto di accuse contro le “sanguisughe della pubblica amministrazione”. Pagine che aprono agli inquirenti lo scenario inedito delle presunte tangenti a Rieti e Roma H. Scenario sconosciuto, se non avesse parlato Moscaroli. Ma Moscaroli parla in carcere ed è provato dal carcere. Vuole uscire e gli inquirenti lo sanno.

“A Moscarò, sta a arriva’ Natale. Forza…”, lo incita il procuratore capo Alberto Pazienti interrogandolo, in quella che per l’avvocato di Patrizia Sanna è una vera “tortura psicologica” su un uomo che non resiste al freddo della cella e alla mancanza dei familiari e che lo dice apertamente: “Sono a vostra disposizione per tutto, ma fatemi uscire da qui”. Le difese si chiedono quanto ci si possa fidare di un Moscaroli pronto a tutto pur di uscire: quel memoriale è il viatico per tornare a casa a Natale. Moscaroli esce prima delle feste. Sanna, arrestata nell’estate 2010, resta in carcere sei mesi. “E comunque, non una parola su Mingiacchi – dice l’avvocato dell’ex dg, Antonio Rizzello -: Moscaroli non ha mai detto di aver pagato Mingiacchi, né che il lavoro trovato al nipote alla Isa fosse una tangente. Mingiacchi ha solo chiesto un favore per il figlio del fratello morto: era un dovere morale. Soldi per questo non gli sono mai arrivati”.

I legali di Sanna & Co. pensano che Moscaroli abbia iniziato a costruire la sua difesa dal carcere proprio la notte in cui ha scritto il memoriale. Ma gli avvocati insinuano che da lì esce solo la punta dell’iceberg. “Moscaroli smentisce tangenti a Gigli e glissa su Fioroni – afferma l’avvocato di Sanna, Edoardo Polacco -, ma ammette che Patrizia Sanna prendeva tangenti per conto di altri. Altri chi? Chissà. Una cosa è certa: Patrizia Sanna è una donna borghese, abituata a lavorare come una pazza, arrestata una mattina dal suo parrucchiere a piazza di Spagna. Non è potente. Non è nessuno. Se va in carcere Patrizia Sanna, nessuno toglierà mai gli appalti a Moscaroli. Se va in carcere qualcun altro, invece…”.

Che la triangolazione di convenzioni tra le Asl di Viterbo, Rieti e Roma H per la gestione informatica targata Isa fosse in regola lo dice anche la Corte dei conti. Tutte e tre le aziende sanitarie sono costituite parte civile e hanno chiesto risarcimenti stellari, ma, per la difesa di Sanna, “nessuna ha diritto a un euro perché le asl hanno risparmiato e guadagnato, mentre la gestione informatica, prima della Isa, era medievale”. E l’ultimo sassolino dalla scarpa se lo toglie con una tesi di laurea in mano: “La mia cliente Patrizia Sanna la laurea ce l’aveva”. E mostra al collegio una tesi rossa fiammante. La Corte dei conti l’ha condannata in primo grado a pagare 800mila euro per un titolo di studio falso. Il processo doveva essere a Velletri, ma il suo avvocato spiega: “Dopo cinque anni non l’hanno nemmeno rinviata a giudizio”.

Stefania Moretti


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18 novembre, 2015

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