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Spaccio internazionale di droga - Operazione Underground - Sono a processo con l'abbreviato davanti al gip di Roma

Cocaina dal Belgio, chiesti complessivamente oltre 24 anni per quattro imputati

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Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La droga seppellita in campagna

Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La droga nascosta in barattoli di riso

Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La droga sequestrata

Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La droga sequestrata

Viterbo – Spaccio internazionale di cocaina, chiesti oltre 24 anni per quattro albanesi della banda rivale di “mafia viterbese”. Nel frattempo, dopo un anno di carcere, sono stati concessi a tutti gli arresti domiciliari. 

Ieri il pm romano Corrado Fasanelli (lo stesso che per la stessa inchiesta il giorno prima è venuto apposta dalla capitale al tribunale di Viterbo) ha chiesto complessivamente oltre 24 anni di reclusione per Rudenc Medolli, Armand Cuni, Mario Kelmendi e Fatjan Sopi. Le difese invece parleranno il 16 ottobre, giorno in cui è prevista anche la sentenza. 

Sopi, Kelmendi, Cuni e Medolli sono i quattro presunti narcotrafficanti albanesi che hanno scelto l’abbreviato davanti al gip del tribunale di Roma dei sette arrestati nel bltiz antidroga dell’operazione Underground, scattato il 13 giugno 2019 su input della Dda di Roma al termine di una lunga e articolata attività di indagini condotte sul territorio dai carabinieri.

La droga sarebbe stata comprata in Belgio, fatta transitare in Albania e portata in Italia, facendo anche largo uso di voli low cost, poi sarebbe stata confezionata in dosi una volta giunta nella Tuscia, quindi nascosta in barattoli di riso seppelliti nelle campagne viterbesi (strada Palanzanella al Respoglio, strada Caselle dalle parti dell’Acquabianca, strada Montagna sulla Cassia Cimina, strada Mammagialla, via Alcide De Gasperi).

Per piazzarla senza rischi sul mercato, invece, la banda avrebbe messo in piedi una rete di piccoli pusher locali, sparsi in tutti i principali centri della provincia, cui spettava il ruolo di “manovalanza”. 

Ieri l’udienza davanti alla gip Vilma Passamonti del tribunale di Roma.

Con lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito, l’accusa ha chiesto nello specifico: 6 anni, 10 mesi e 20 giorni di reclusione per Armand Cuni, 45 anni, residente a Viterbo, difeso dall’avvocato Remigio Sicilia; 7 anni e 2 mesi per Mario Kelmendi, 24 anni, residente a Canepina, difeso da Domenico Gorziglia; 8 anni per Fatjan Sopi detto Fation, 29 anni, residente anche lui a Canepina; 2 anni e 4 mesi di carcere per Rudenc Medolli, 38enne, residente a Terni.

Pene più pesanti per Armand Cuni, Mario Kelmendi e Fatjan Sopi cui è stato riconosciuto il vincolo associativo. Medolli, invece, è stato condannato “solo” per la detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti e per lesioni aggravate, in quanto avrebbe preso parte al brutale pestaggio di un macedone, la cui denuncia ha permesso agli investigatori di risalire alla banda e incastrare il sodalizio.

Al centro dell’inchiesta una valanga di cocaina spacciata a macchia di leopardo in tutto il Viterbese tra marzo e luglio del 2016, che dimostrerebbe la capacità di fare rete della banda sgominata con gli arresti dell’anno scorso.

Pusher grandi e piccoli ovunque. Da Viterbo a Montefiascone, Vitorchiano, Sutri, Valentano, Vignanello, Vallerano, Caprarola, Canepina, Orte.

Sette le misure di custodia cautelare in carcere, cinque ai domiciliari. Dodici le misure, 23 in tutto gli indagati: 11 albanesi, 7 italiani, 3 macedoni, un bielorusso e un romeno. 

Tra gli arrestati è sotto processo a Viterbo col rito ordinario un altro albanese, Erjion Collaku, 40 anni, che avrebbe avuto il ruolo di “corriere” nell’ambito dell’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio internazionale, trasportando la cocaina da un paese europeo all’altro e anche a Viterbo. Il processo si è aperto martedì davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, alla presenza del pm romano Fasanelli, che ha chiesto la trascrizione di intercettazioni che secondo l’accusa dimostrerebbero il vincolo associativo. I primi testimoni saranno sentiti il 2 ottobre. 

Silvana Cortignani

 


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10 settembre, 2020

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