Bolsena – “In questo sciame sismico non c’è nulla di diverso rispetto ad altri eventi che si sono verificati in passato nella zona perché il meccanismo che lo ha generato è lo stesso di quelli dei decenni e secoli precedenti: siamo di fronte a un terremoto estensionale, segno che la crosta si sta dilatando”.
Carlo Doglioni è un pacato signore di 59 anni e parla quasi con affetto della Terra.
Docente ordinario di Geodinamica presso l’università sapienza di Roma, è considerato uno dei massimi esperti in materia: da poco più di un mese (lo scorso 27 aprile) è stato nominato presidente dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia), forse l’incarico più prestigioso che uno studioso del settore può conseguire.
Professore, quale è la faglia che provoca queste scosse tra Umbria e Lazio e che ha interessato diversi comuni?
“Quando ci sono scosse di magnitudo limitata come questa, con un terremoto enucleatosi a circa 8 km di profondità, significa che la rottura della crosta non può arrivare in superficie. E’ quindi difficile dire con esattezza quale sia la faglia che si è mossa: tutto l’Appenino è ritagliato da faglie, ce ne sono decine e decine che si attivano con cadenza irregolare nel tempo. Inoltre il problema non è tanto una singola faglia, ma il volume adiacente che, in questo caso collassando, rilascia energia gravitazionale”.
Una magnitudo superiore a 4, come quella registrata a Castel Giorgio si può definire ancora limitata?
“Sì. In genere in Italia i terremoti sono dannosi a partire da una magnitudo 5, 5,5, in funzione delle caratteristiche del patrimonio edilizio. Il terremoto che ha colpito l’Aquila, per fare un esempio, è stato di magnitudo superiore a 6 e ha rotto una superficie di circa 100 km quadrati. Un terremoto di magnitudo 5 rompe una superficie di 10 km quadrati e uno di magnitudo 4 di circa 1 km quadrato: la dimensione della rottura varia su scala logaritmica, ma l’energia aumenta di 32 volte per ogni grado di magnitudo in più. Tuttavia in Italia ci sono stati morti e danni importanti anche con terremoti di magnitudo inferiori a 5, pure in provincia di Viterbo”.
Si riferisce al terremoto di Tuscania?
“Esattamente. Avvenne il 6 febbraio 1971, vale a dire un minuto fa ragionando in termini geologici. Ma in quel caso, come purtroppo in tanti altri, abbiamo pagato la scarsa prevenzione sismica, non abbiamo avuto una cultura edilizia adeguata. Come in molti altri rapporti con la natura, la conoscenza e l’esperienza ci devono imporre di passare dalla politica dell’emergenza a quella della prevenzione”.
Che tradotto in termini giornalistici significa costruire in maniera differente. Si può dire che un terremoto della stessa magnitudo in Giappone fa meno danni che in Italia?
“Rispondo sì a tutte e due le questioni, anche se per fortuna qualcosa in Italia sta cambiando negli ultimi anni. Bisogna puntare con più decisione su una pianificazione urbanistica antisismica a scala nazionale, cercando di evitare di lavorare in emergenza e in ricostruzione che, tra l’altro, è enormemente più costoso”.
Non ci sono strumenti per combattere i terremoti?
“Ce ne sono due: la prevenzione appunto e lo studio. E’ necessario investire sempre più sulla conoscenza e capire come funzionano questi fenomeni naturali”.
Torniamo all’Alto Lazio. La popolazione ha comunque paura anche con una magnitudo di 3.
“Capisco le preoccupazioni, non è piacevole sentire la terra che trema, non siamo tuttavia in presenza di fenomeni diversi rispetto al passato. La dilatazione tra il Tirreno e l’Appennino è di circa 2-3 millimetri l’anno, le scosse rientrano in questo fenomeno naturale e la Terra fa solo il suo lavoro”.
Questo sciame quindi non è sintomo di un evento più importante?
“Il catalogo sismico nazionale, pur essendo forse il migliore al mondo, è inevitabilmente incompleto perché la natura ha tempi di carico e scarico di energia anche di migliaia di anni. Non si può dunque dire molto a questo riguardo sulla base della storia passata, se non che l’area non è mai stata finora soggetta a terremoti importanti noti. Tuttavia non si possono del tutto escludere eventi rilevanti e inoltre, come già detto, ci sono stati terremoti di magnitudo limitata che hanno comunque causato troppi morti e molti danni in ragione di un’edilizia non adeguata alla pericolosità sismica”.
Cosa si sente di dire a chi vive in quelle zone e alle istituzioni?
“Sulla base delle caratteristiche geodinamiche dell’area è piuttosto difficile che si verifichino eventi di magnitudo superiore a 6,5/6,7, che paiono concentrarsi invece maggiormente lungo l’asse della catena appenninica; ciò significa che comunque lo stato di attenzione deve essere mantenuto alto, anche se l’area di Bolsena non è tra le zone più pericolose d’Italia”.
Un po’ poco, le pare? In Irpinia la magnitudo fu di 6,9.
“Infatti: il terremoto dell’Irpinia fu una catastrofe tremenda, circa 3mila morti e molti paesi rasi al suolo. Anche il quel caso fu un evento estensionale della crosta italiana, che però, proprio perché molto più energetico, arrivò a rompere una superficie di faglia molto più grande e determinare perfino uno scalino di circa mezzo metro in alcuni punti in superficie. La profondità dell’ipocentro allora fu circa a 14 km e il volume coinvolto enormemente più grande di quello di cui si discute in questi giorni”.
Sull’altopiano dell’Alfina c’è un progetto per impiantare due centrali geotermiche e c’è chi dice che ciò potrebbe causare terremoti: alla luce di questi eventi sismici questa paura è giustificata?
“E’ vero che quando vengono immessi fluidi nel sottosuolo a pressioni maggiori di quelle naturali si può generare sismicità, in genere di bassa magnitudo. Tuttavia, nella geotermia a ciclo chiuso, cioè quando viene portata in superficie acqua o vapori in temperatura che vengono contestualmente reiniettati nel sottosuolo alle stesse condizioni di pressione originarie, non si creano sovrapressioni. In sostanza non si generano gradienti di pressione innaturali che possono disturbare significativamente lo stato tensionale nella crosta.
Inoltre, i campi geotermici sono in genere confinati nei primissimi chilometri della crosta, molto al di sopra delle sorgenti sismogenetiche che in genere sono diversi chilometri più profonde.
La geotermia moderna, se fatta a regola d’arte, è considerata una fonte di energia rinnovabile e può contribuire a diminuire la nostra dipendenza dai combustibili fossili. Tutelare paesaggio e natura è una priorità ineludibile. Dobbiamo trovare il miglior compromesso per dotarci dell’energia necessaria per far funzionare la nostra nazione con il minor impatto possibile sull’ambiente. Nella politica energetica dobbiamo però metterci d’accordo su cosa vogliamo ed è ovvio che non si può dire di no a tutto. Non spetta agli studiosi, ma alla politica scegliere, noi possiamo solo aiutare a capire”.
L’ultima domanda riguarda l’Ingv: come vorrebbe caratterizzare la sua presidenza?
“L’Ingv è una realtà fondamentale della ricerca italiana e punto di riferimento internazionale nelle geoscienze. Mi auguro che l’istituto possa essere sempre più un elemento costruttivo per la cultura nazionale, in particolare sui temi ambientali e della sicurezza. La prima cosa da fare è rilanciare lo studio delle terra, capire come è fatta e come funziona, per avere un migliore rapporto tra la terra stessa e l’uomo”.
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