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Viterbo - Avrebbe dovuto essere un grande centro commerciale al quartiere Riello - E' invece abbandonato a se stesso e i giovani ci entrano dentro, per curiosità, sfida e denuncia - FOTO E VIDEO

I pericoli del “Colosseo”, dove i ragazzi rischiano la vita

di Daniele Camilli
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Viterbo - Il "Polo nord"

Viterbo – “Il Colosseo” visto dall’interno

Viterbo - Il "Colosseo" a nord della città

Viterbo – Il “Colosseo” a nord della città

Viterbo - Il punto di ingresso al "Polo nord"

Viterbo – Uno dei punti di ingresso al “Colosseo”

Viterbo - La macchina nel piano interrato

Viterbo – La macchina nel piano interrato

Viterbo - Una piccola discarica ricavata all'interno del "Colosseo"

Viterbo – Una piccola discarica ricavata all’interno del “Colosseo”

Viterbo - Ragazzi all'interno del "Polo nord"

Viterbo – Ragazzi all’interno del “Colosseo”

Viterbo - La trave in cemento attraversata dai ragazzi

Viterbo – La trave in cemento attraversata dai ragazzi

Viterbo - Il vuoto sotto la trave

Viterbo – Il vuoto sotto la trave

Viterbo – “Il Colosseo”. Lo chiamano così e sta a Viterbo, all’imbocco della Tuscanese. A nord della città. Dove i ragazzi rischiano la vita. 

Migliaia di tonnellate di cemento armato al quartiere Riello. Quello che si vede pare sia già costato quasi 35 milioni di euro. Avrebbe dovuto essere un grande centro commerciale e direzionale. Probabilmente tra i più imponenti di tutto il centro Italia. Tra il Palazzo di giustizia, il comando generale dei carabinieri e l’università degli studi della Tuscia.


Multimedia: I pericoli del “Colosseo”Nei sotterranei del “Colosseo” – Il complesso edilizio come avrebbe dovuto essere – Video: Nel cuore del  “Colosseo”In cima al “Colosseo” con una Gopro


Un complesso edilizio gigantesco. L’incompiuta per eccellenza della città dei Papi. Una struttura enorme che sta lì da anni.

Un cantiere pericoloso. Perché le persone ci si ficcano. Per curiosità, sfida e denuncia. Rischiando l’osso del collo saltando da una trave all’altra. Spingendosi fin sull’orlo del precipizio. Soprattutto di notte. Con le impalcature che potrebbero venir giù da un momento all’altro.

“Veniamo qui perché è un pezzo di città che ci appartiene – dicono i ragazzi -. Per l’età che abbiamo è quasi cresciuto con noi. Ma lui è rimasto così. Tale e quale. L’unico modo per sapere è vedere. Vedere anche Viterbo dall’alto, da un altro punto di vista. E per capire per conto nostro cosa c’è qua dentro e perché è stata fatta una cosa del genere”. 

Sono ragazzi e ragazze. Poco più che ventenni. Molti di loro lavorano, altri studiano. La provenienza sociale è tra le più disparate. Entrare è facile. Una parte della recinzione è crollata a causa del maltempo delle scorse settimane, lasciando libero un ingresso. Da cui tutti passano. Tuttavia, lungo la “staccionata” di lamiere ci sono altri “buchi”. In uno dei questi sono stati buttati dei rifiuti. Come se nulla fosse.

La struttura è enorme, piena di pericoli. Cadere nel vuoto a decine di metri d’altezza, un rischio reale. “Per raggiungere il centro dell’edificio – spiegano i ragazzi – i percorsi da seguire sono due. Passare dal piano interrato oppure superare una trave di cemento armato”.

La trave che i ragazzi attraversano, soprattutto di notte, sarà lunga 5-6 metri in tutto. Senza nessuna protezione ai lati. Soltanto il vuoto e almeno dieci metri di vuoto. Un pericolo mortale.

Le impalcature sono dappertutto. Se si toccano oscillano, col rumore che sale lungo il muro da cui spuntano pezzi di ferro arrugginiti. La strada che porta al seminterrato mostra i resti delle lamiere che impedivano l’ingresso.

“Entravamo pure prima che la protezione crollasse – confidano i ragazzi – senza neanche il bisogno di scavalcare. Tanto i punti per passare c’erano lo stesso”.



Dal piano interrato si accede alle scale che conducono in cima al Colosseo. Fino all’ultimo gradino disponibile. Sul tetto di Viterbo.

Le immagini parlano da sole e sono girate con una telecamera Gopro, perché le vertigini si fanno sentire. Basta che la testa giri, e la possibilità di non poterlo più raccontare diventa all’improvviso reale.

Appoggiati sul pavimento, piano dopo piano, travi di cemento, attrezzature, polistirolo e impalcature.

Pericoloso inoltre il piano interrato. Qui il buio è pesto pesto e si vede a mala pena. Ogni tanto si incontrano dei buchi a terra, senza poterne intuire la profondità. C’è persino un automobile abbandonata. Non sembra neanche vecchia. Ha il cofano e uno sportello aperti.

Sulle colonne un nome, Habeb, numeri di telefono, qualche disegno e una scritta curiosa. Fatta a matita, e in stampatello: “A cors na’ fai pché o’-cavall-addà-murì”. Testuale.

Daniele Camilli


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26 novembre, 2018

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