Viterbo – La città risponde e lo fa in modo compatto. Oltre cinquecento le persone che hanno partecipato ieri sera alla fiaccolata voluta dai sindacati Cgil, Cisl e Uil. La società civile. Un muro s’è alzato per dire no alla mafia. No alla mafia che, nonostante tutto, c’è pure a Viterbo, la città dei papi.
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Duecento le fiaccole accese comprate dal comune. I sindacati ne avevano chieste trecento. In piazza della Rocca, l’antica piazza d’armi di Viterbo, erano veramente tante le persone che hanno sfilato compatte per via Matteotti, piazza del Teatro, Corso Italia, via Roma e piazza del Plebiscito. Sotto palazzo dei Priori dove qualche ora prima s’è tenuto un consiglio comunale sulla “legalità”. La parola “mafia” nell’ordine del giorno non c’era. Il consiglio comunale aperto ai cittadini, durante il quale Alfonso Antoniozzi di Viterbo 2020 ha chiesto le dimissioni dell’assessore all’urbanistica Claudio Ubertini che ieri sera non c’era. E non c’era nemmeno in consiglio. Probabilmente sarà lui a dover gestire i 17 milioni di euro dello stato per la riqualificazione delle periferie viterbesi.
“Poco collaborativo”, così lo hanno definito gli inquirenti nell’ordinanza di custodia cautelare che alla fine di gennaio ha visto finire in arresto 13 persone, tra loro diversi viterbesi, con l’accusa, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso. Nelle stesse carte, e sempre a proposito di Ubertini, che ieri in piazza non c’era, si legge anche che “il 9 giugno u.s., mentre Trovato (il presunto capo mafioso Giuseppe Trovato detto “zio Peppino”, ndr) si trova in auto con Patozi Spartak commenta un messaggio, probabilmente seriale, ricevuto da Ubertini Claudio in merito all’appoggio per la sua candidatura ‘non mancherò, non mancherò d’appoggio, non mancherò di appoggio… omissis… non come sempre no, di appoggio e l’ho inculato. Voleva vedere io che gli rispondevo… inc… ed io gli rispondo”. Qualche pagina addietro si legge invece che le conversazioni riportate “testimoniano come gli Ubertini, fortemente provati dagli atti intimidatori e ben consapevoli del regista degli stessi, abbiano preferito sottomettersi al Trovato”.
Articolo 416 bis del codice penale. Tra i reati più gravi. Peppino Impastato, Pio La Torre, Giancarlo Sini, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tantissimi altri che di mafia sono morti. E con loro scorte di polizia e carabinieri. Forze dell’ordine che con coraggio in questi anni hanno portato avanti le indagini contro quella che la Dda di Roma ha dipinto come la prima cosca mafiosa della città di Viterbo dedita a incendi di auto, minacce e pestaggi. Con l’obiettivo di mettere sotto controllo l’economia, già devastata dalla crisi, e l’amministrazione comunale.
La città però ha detto no. In testa il sindaco Giovanni Arena. “Una manifestazione pienamente riuscita – ha detto il primo cittadino -. Una mobilitazione totale”. E ha ragione. Con le istituzioni, tra cui il prefetto Giovanni Bruno e il presidente della provincia Pietro Nocchi, consiglieri e assessori, c’erano tante persone cosiddette comuni, quelle alle quali, però, il coraggio non è mai mancato.
C’era pure Rinaldo Della Rocca, ex consigliere comunale bersaglio di diversi attentati mafiosi riconducibili alla presunta cosca smantellata dai carabinieri. Il suo no alla mafia è stato chiaro fin da subito. C’erano poi gli studenti, l’Azione cattolica, gli scout, il Tavolo per la pace, i professori e le professoresse delle scuole superiori, il consigliere regionale Enrico Panunzi, l’ex deputato Alessandro Mazzoli, l’ex presidente provinciale del Pd Andrea Egidi, l’assessora regionale Alessandra Troncarelli, la segretaria della Cna Luigia Melaragni, l’imprenditore Andrea Belli, gli uomini e le donne della camera di commercio, l’ex deputato ed ex sindaco, oggi consigliere comunale, Giulio Marini.
C’erano anche i bambini, mano nella mano con i loro genitori. A insegnargli come si sta al mondo, cercando di renderlo ogni giorno migliore. Con impegno e sacrificio. In mezzo a loro anche Giuseppe Sini che denunciò la presenza mafiosa in città più di trent’anni fa.
“Viterbo dice no alle organizzazioni criminali – hanno sottolineato i segretari sindacali di Cgil, Cisl e Uil, Stefania Pomante, Fortunato Mannino e Giancarlo Turchetti -. Per uno sviluppo economico e occupazionale fondato su regole e legalità”. Tanti i protocolli che i sindacati viterbesi hanno firmato in prefettura nel corso degli ultimi anni. Protocolli per contrastare le infiltrazioni mafiose sui cantieri. Un grido d’allarme lanciato da tempo. In pochi lo hanno ascoltato. Una voce nel deserto.
Hanno sfilato per le vie di quel centro storico su cui i mafiosi della porta accanto avrebbero voluto mettere le mani. In silenzio. Seri e severi come l’argomento richiede. Un atto di responsabilità. “Una manifestazione – come ha detto Panunzi – che non si vedeva da tempo”.
Non si sono visti invece i parlamentari. Non si sono visti il deputato Mauro Rotelli, i senatori Francesco Battistoni e Umberto Fusco. Non s’è visto l’ex deputato Giuseppe Fioroni. Non s’è vista la consigliera regionale del movimento 5 stelle Silvia Blasi. Non s’è visto l’ex senatore Ugo Sposetti. Non s’è vista l’ex deputata Alessandra Terrosi.
“Non basta essere onesti – hanno detto in consiglio comunale Giacomo Barelli e Alfonso Antoniozzi – In questi casi è anche fondamentale apparirlo”.
Arrivati in piazza del comune, che si costituirà parte civile laddove gli arrestati verranno rinviati a giudizio, chi c’era, su invito del sindaco col megafono in mano, s’è messo a semicerchio sotto palazzo dei Priori. Alle finestre uno striscione di Cgil, Cisl e Uil. “Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto. No alle mafie”.
In piazza c’era la città. Anche se faceva freddo. La città, che la mafia non la vuole.
Daniele Camilli
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