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Capodimonte - Condannato per l'uccisione della compagna, era stato scarcerato a gennaio per motivi di salute - L'avvocatessa Maria Lufrano: "Troppi dubbi sul decesso, esposto in procura per fare chiarezza"

Femminicidio del lago, è morto Settimio Melaragni

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Settimio Melaragni

Settimio Melaragni

Daniela Nicoleta Hatmanu

Daniela Nicoleta Hatmanu

Capodimonte – (r.s.) – È morto Settimio Melaragni, l’immobiliarista di Capodimonte condannato a otto anni per aver ucciso nel 2008 la compagna Daniela Nicoleta Hatmanu. Melaragni, a Mammagialla da marzo 2017, era stato scarcerato lo scorso 21 gennaio. “Per motivi di salute – spiega il suo difensore, l’avvocatessa Maria Lufrano -. È stato scarcerato su mia richiesta, ma ciò non è servito a salvargli la vita”. L’uomo, 64 anni, è morto martedì all’ospedale di Belcolle dove era ricoverato. Venerdì i funerali a Marta, la salma è poi stata trasportata al cimitero San Lazzaro di Viterbo.

“Quella condanna a 8 anni è stata una condanna a morte – sostiene l’avvocatessa Lufrano -. Melaragni non ha mai accettato la detenzione, tanto è vero che da quando è entrato in carcere ha vestito sempre e solo di bianco per rappresentare la sua innocenza”.

Per l’avvocatessa Lufrano sulla morte del 64enne ci sono “tanti, troppi dubbi. Melaragni – dice la legale – si è ammalto in carcere, ma di lui non è mai interessato niente a nessuno. A gennaio, in uno degli ultimi colloqui con i medici, è stato affermato che era affetto da tubercolosi. Un focolaio spento, nulla di pericoloso dunque, che gli sarebbe costato solo una cura. Ma da un esame post mortem sembrerebbe sia morto di tumore, ma non c’è nessuna certezza. Da qui la necessità di presentare un esposto alla procura di Viterbo, con la speranza che i magistrati riescano a far luce su questo decesso. Si indaghi a 360 gradi, perché non si può morire a 64 anni dopo nemmeno due anni di carcere. Se ci sono, si accertino tutte le responsabilità”.

Melaragni, nel 2017, aveva chiesto la revisione del processo per omicidio. “Saremmo riusciti a ottenerla – evidenza l’avvocatessa Lufrano -, ma ormai non serve a nulla. È vero, Melaragni ha commesso un omicidio. Ma è stata una disgrazia, che ha pagato con la vita e con il rimorso di aver ucciso una persona. Avevamo chiesto la revisione del processo perché c’erano delle anomalie, ma soprattuto perché mancava il movente”.

È la notte del 31 gennaio 2008 quando Melaragni esplode tre colpi di pistola nella sua abitazione. La Beretta calibro 9 la teneva accanto al letto da ottobre, quando sarebbe stato rapinato e sodomizzato in casa. Due di quei tre proiettili raggiunsero la compagna Daniela Nicoleta Hatmanu mentre andava in bagno. L’immobiliarista ha sempre sostenuto di aver sparato d’istinto, nel buio, temendo fossero i ladri. Fu lui stesso a dare l’allarme, ma per la donna non c’era nulla da fare. I soccorritori trovarono Hatmanu, 37enne rumena, senza vita e nuda davanti alla porta della camera da letto. Da Palermo, era atterrata nel pomeriggio a Fiumicino per passare la notte con Melaragni.

L’immobiliarista è stato condannato a 10 anni e 7 mesi in primo grado e a 8 anni in secondo. La condanna definitiva a 8 anni è stata l’esito del processo d’appello bis celebrato dopo il rinvio ai giudici di secondo grado da parte della Cassazione, che aveva annullato la sentenza d’appello per rivalutare “tutti i fatti”.


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10 febbraio, 2019

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