La stazione dei carabinieri di Acquapendente
Acquapendente – (sil.co.) – Spara al figliastro e lo colpisce, salta la testimonianza della vittima programmata quasi un anno fa.
E’ ripreso lo scorso 5 novembre davanti al giudice Roberto Cappelli il processo al patrigno di Acquapendente che nell’estate di quattro anni fa sparò una fucilata al figliastro ferendolo a una gamba.
Una tragedia sfiorata due volte, perché l’uomo avrebbe fatto fuoco per fermare il giovane nel timore che, in preda a uno raptus di inaudita violenza, potesse uccidere lui e la compagna, ovvero la madre.
Entrambi i protagonisti della vicenda, un sessantenne di Acquapendente e il figlio oggi 27enne della compagna, sono sia imputati che parte offesa. Il sessantenne è stato interrogato l’anno scorso, all’udienza del primo dicembre 2020.
Venerdì scorso avrebbe dovuto essere la volta del figliastro, che però al palazzo di giustizia del Riello non si è visto.
Secondo l’accusa il 27enne avrebbe provocato la reazione del patrigno, minacciando di prenderlo a bastonate. Per la difesa del sessantenne “fu legittima difesa”. “A un certo punto ha tirato fuori un coltello e ha sfasciato due sedie”, ha raccontato al giudice il patrigno, difeso dall’avvocato Vincenzo Dionisi, all’udienza del primo dicembre.
L’avvocato Vincenzo Dionisi
All’udienza dell settimana scorsa avrebbe dovuto essere ascoltato il giovane, che però non si è presentato in aula, così come il suo difensore. E’ stato però sentito, tra i testi del pubblico ministero, il comandante dei carabinieri di Acquapendente, luogotenente Alessandro Labianca,
Il militare, confermando che il patrigno ha sparato al figliastro, ha spiegato cosa ha trovato al suo arrivo sulla scena del crimine. “Il sessantenne viveva in un immobile isolato – ha detto – nel punto dove è stato ferito il figlio della compagna è stato trovato a terra il suo coltello, poi sequestrato. Il 27enne, inoltre, aveva rotto i vetri della vettura del compagno della madre con un bastone”.
Quindi ha sottolineato come il giovane, persona già nota agli operanti, fosse stato fatto oggetto di più denunce e fosse in cura per problemi psichici.
Per lo psichiatra Antonio Maria Lanzetti, la cui perizia è stata acquisita nel fascicolo, il giovane era incapace di intendere e di volere e socialmente pericoloso al momento dei fatti, il 6 luglio 2017, quando è esplosa la lite in famiglia.
Una testimonianza drammatica quella del sessantenne. “Ha spaccato la macchina che era nel cortile, afferrando un bastone e facendo per imboccare in casa col legno in mano – ha detto il patrigno – io avevo avuto due infarti e la mia compagna era malata, ho avuto paura. Allora gli ho sparato alle gambe, non per ucciderlo o fargli del male, ma per la nostra incolumità e anche per lui, per fermarlo, bloccarlo e salvarlo dal commettere qualcosa di peggio. Avrebbe potuto commettere un delitto, magari ci avrebbe ammazzato a bastonate”.
La pm Paola Conti
Nell’immediatezza il patrigno fu arrestato
Sarebbe stato lo stesso patrigno a chiamare medici e carabinieri. I militari di Acquapendente, Grotte di Castro e del nucleo operativo di Montefiascone hanno arrestato l’uomo, su disposizione della pm Paola Conti. I sanitari del 118, invece, hanno trasportato la vittima all’ospedale Belcolle di Viterbo, dove è stato ricoverato per “ferite multiple e circolari da fucile a pallini, sulla coscia destra e sinistra. E per una ferita circolare sul fianco destro”.
Minacce di morte dopo la sparatoria
Il giovane, dopo il violento episodio, culminato nella fucilata, tra luglio e settembre 2017, avrebbe quindi continuato a minacciare sia l’uomo che la moglie, “proferendo, per mezzo del telefono e dei social network, minacce di morte nei confronti dello stesso patrigno e della compagna e madre”.
“Se il mio assistito non avesse fermato la furia del figlio della compagna con una fucilata, chissà come sarebbe andata a finire per tutti. Non voleva ucciderlo, come si capisce dalla traiettoria. Ha mirato in basso”, sostiene da sempre Dionisi.
Colpi di arma da fuoco dalla finestra
“Ho sparato per difendermi”, disse il patrigno al gip durante l’interrogatorio di convalida. L’agricoltore sarebbe così andato in camera. Avrebbe estratto dall’armadio un fucile da caccia calibro 12 e da una finestra avrebbe esploso un colpo, ferendo il figlio della compagna alle gambe.
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