(s.m.) – Venti annunci erotici in una sola pagina. Tanti. Anche troppi per la redazione sportiva del giornale che, spesso, si lamentava di non avere spazio per gli articoli.
A raccontarlo, al processo “Love’s House”, è un’ex addetta alla grafica del “Corriere di Viterbo”. Era lei a impaginare le inserzioni a sfondo sessuale finite al centro della vicenda sulle “case dell’amore”: cinque imputati per sfruttamento della prostituzione, tra cui il pubblicitario Silvano D’Ascanio. Un processo diviso in due: da un lato gli appartamenti affittati alle prostitute per lucrare sul prezzo; dall’altro le inserzioni hot pubblicate sul quotidiano viterbese.
Nei testi, più o meno spinti, le squillo erano “studentesse” o “massaggiatrici”. “Quelli più espliciti li censuravamo”, spiega la grafica, in contraddizione con quanto riferito in udienza dalla segretaria di D’Ascanio, all’agenzia di pubblicità Studio Uno: “Avevamo il benestare del capo, non ci era richiesto di ritoccare gli annunci”.
Le inquiline delle “case dell’amore” andavano di persona all’agenzia. Portavano il testo dell’inserzione, che passava, poi, in consegna alla grafica a Perugia per l’impaginazione. L’agenzia accettava tutti gli annunci, commerciali o erotici, senza restrizioni.
L’accusa ha chiamato a deporre in aula anche una 32enne sudamericana che raccontò agli inquirenti di essersi prostituita in una delle tante case a luci rosse sparse per Viterbo. Era il 2007: i carabinieri avevano appena concluso il blitz che aveva portato a galla la rete di alcove del sesso. Lei diceva di essere una squillo di via dell’Arcaccio. Ma ieri, in tribunale, ha negato.
“Ero appena arrivata in Italia – ha dichiarato – non capivo una parola quando mi hanno interrogata”. Il pm Stefano D’Arma ha chiesto la trasmissione degli atti in procura per procedere contro di lei per falsa testimonianza.
Sul banco dei testimoni, anche due ex vicini di casa delle squillo. Uno, in particolare, ricordava perfettamente il via vai continuo di uomini a tutte le ore del giorno e della notte. Qualcuno finiva anche per bussare alla sua porta. “Ovviamente se ne andavano subito. Non ero decisamente quello che cercavano… Segnalammo il problema al costruttore delle case, Vincenzo Di Francesco (anche lui imputato, ndr). Lì per lì ci diceva che si sarebbe attivato. Ma quando ho venduto l’appartamento, nel 2007, le prostitute erano ancora lì”.
A febbraio continueranno a parlare i testimoni dell’accusa.
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