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Sfruttamento della prostituzione - Processo Love's House - Il proprietario di una casa dell'amore, affittata a una squillo: "Voleva farne un centro massaggi" - Una vicina: "Passaggio continuo di uomini"

60mila euro per sei mesi di sesso a pagamento

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Silvano D'Ascanio

Silvano D’Ascanio

L'avvocato di D'Ascanio Marco Ricci

L’avvocato di D’Ascanio Marco Ricci

Il processo Love's House

Il processo Love’s House

Love's House, uno degli appartamenti sequestrati

Love’s House, uno degli appartamenti sequestrati

Love's House, il blitz

Love’s House, il blitz

Il capitano dei carabinieri Marco Ciervo e l'ex capo della squadra mobile Salvatore Gava

Love’s House, il capitano dei carabinieri Marco Ciervo e l’ex capo della squadra mobile Salvatore Gava illustrano i dettagli dell’operazione

Viterbo – Sessantamila euro per sei mesi di sesso a pagamento. Guadagnavano bene le squillo delle case dell’amore.

Se n’è parlato ieri all’ultima udienza del processo “Love’s House”, dalle alcove del sesso ricavate perfino dai garage. Alla sbarra per sfruttamento della prostituzione sono finiti i proprietari degli appartamenti trasformati in case chiuse, ma anche Silvano D’Ascanio, titolare dell’agenzia pubblicitaria che pubblicava annunci hot sul “Corriere di Viterbo”.

“Voleva aprire un centro massaggi nel mio appartamento”, spiega in aula un giovane viterbese che affittò la sua casa a una squillo. Lui e la ragazza, all’epoca, furono trascinati nell’inchiesta sul giro di alloggi a luci rosse sparsi per tutta Viterbo. Ne uscirono con un patteggiamento, quando era chiaro che il business avviato in quell’appartamento in via dei Mille era un altro.

“Il centro massaggi, alla fine, non era un centro massaggi”, continua il ragazzo, che qualche volta accompagnava la squillo allo studio di D’Ascanio per “confezionare” gli annunci. “Lei dettava e loro stampavano, pagando tutta la settimana”. Problemi di soldi, del resto, non ne avevano: nell’appartamento in via dei Mille, nel blitz “Love’s House” del 2007, polizia e carabinieri trovarono sessantamila euro in contanti. Per l’accusa, sicuro provento dell’attività di prostituzione.

Una dirimpettaia delle squillo in via Santa Giacinta Marescotti parla di un “continuo passaggio di uomini. Senza distinzioni tra il giorno e la notte”. “Una volta uno ha suonato per sbaglio al mio campanello – ricorda la signora -. Pretendeva di entrare perché aveva preso una specie di appuntamento telefonico. Lì per lì ho avuto paura: avevo la bambina di là… poi sono andata dalle ragazze di fronte a lamentarmi”.

I reclami, in realtà, erano all’ordine del giorno. Anche con qualcuno degli attuali imputati, come Vincenzo Di Francesco, della società proprietaria di alcuni degli appartamenti incriminati. “Il costruttore non ci dava retta – aggiunge la signora -. Io e mio marito gliene parlavamo spesso. Lui diceva solo che non era colpa sua e che prima o poi se ne sarebbero andate”.

Invece le ragazze restavano. Se ne alternavano di diverse nell’appartamento. Sempre “nuove”, sempre straniere e per niente intenzionate a sloggiare. Solo il blitz congiunto di polizia e carabinieri nel 2007 le ha fatte uscire dagli alloggi, portando all’arresto non solo di D’Ascanio, ma anche degli immobiliaristi Daniele Califano e Alessio Dottarelli. Dalla vicenda gli ultimi due sono usciti con il patteggiamento, ma gli avvocati li hanno inclusi nelle loro liste testi. Almeno uno dei due sarà ascoltato. 


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12 febbraio, 2014

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