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Viterbo - Santa Rosa 2016 - Don Alfredo racconta il suo 20esimo trasporto e la genesi della preghiera al Facchino letta ieri sera in chiesa a san Sisto prima della benedizione in articulo mortis

“I facchini sono la città”

di Paola Pierdomenico
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Don Alfredo Cento

Don Alfredo Cento

Don Alfredo Cento

Don Alfredo Cento

Don Alfredo Cento

Don Alfredo Cento

Don Alfredo Cento

Don Alfredo Cento

Don Alfredo Cento

Don Alfredo Cento

Don Alfredo Cento, Massimo Mecarini e Sandro Rossi

Don Alfredo Cento, Massimo Mecarini e Sandro Rossi

Don Alfredo Cento e Massimo Mecarini

Don Alfredo Cento e Massimo Mecarini

Viterbo – “I facchini sono la città. Coraggiosi e forti sono come i soldati di una volta”.

E’ il suo ventesimo trasporto. Non da facchino, ma quasi. Sono anni che don Alfredo Cento segue la macchina di santa Rosa e i suoi cavalieri per la festa del tre settembre.

Originario di Ischia di Castro, dal 2006, è cappellano del Sodalizio e, malgrado il suo trasferimento a Castiglione in Teverina, manterrà il suo incarico.

Don Cento non abbandona la sua famiglia di bianco vestita che porta in trionfo la macchina per le vie della città. Segue i facchini e li sostiene. Con le parole o anche solo uno sguardo, nel giorno in cui Viterbo si ritrova unita per la piccola patrona.

Sul sagrato della chiesa è felice. Se è possibile anche di più. “E’ una giornata faticosa e bella – racconta don Alfredo -. La festa più bella che esista. Esteticamente e religiosamente perfetta. Essere tra i facchini, mi fa stare al dentro e mi fa vivere intensamente ogni momento.

Di folklore non c’è nulla, ma solo serietà e spiritualità. I facchini sono la città. Sono come i soldati di una volta. Coraggiosi e forti viterbesi li incaricano di fare questa impresa”.

Alla fine del percorso, su di lui c’è il sudore e la stanchezza si fa sentire. Anche se non ha portato la macchina, ha percorso ogni metro accanto ai facchini. Sulla salita, ha anche tirato le corde.

“Essere sotto la macchina è per me una manifestazione della predilezione che santa Rosa ha avuto nei miei confronti. La ringrazio per questo. Stando coi facchini, ho scoperto la grandezza di questa santa“.

Sul sagrato, i suoi occhi sono rivolti al cielo. In cima a quei trenta metri dove si scorge il viso di Rosina. “E’ davvero la festa più bella che esista”.

Per don Alfredo questo poi è un anno speciale. “Taglio il traguardo del ventesimo trasporto. Indimenticabile. Ogni secondo lo porto nel cuore, dalla processione al canto “Mira il tuo popolo” che i facchini fanno nella chiesa della Trinità. Lo abbiamo perfezionato. E’ commovente”.

Ai suoi facchini don Alfredo ha dedicato la preghiera che viene letta in chiesa a san Sisto prima della benedizione in articulo mortis. “E’ nata a Cracovia, di ritorno da Torun, il luogo del rapimento e del martirio di padre Giorgio Popieluszko.

Un sacerdote che mi è sempre rimasto impresso perché è morto per mano del regime totalitario della Polonia nell’ottobre del 1984 e cioè pochi mesi da quando io sono diventato prete.

Sul posto, ho letto una riflessione sul fatto che, quando sembrava che nella vita di questo uomo fosse tutto perduto, invece, da quel momento in poi, il popolo polacco si è risvegliato. Ho ripensato dunque all’esilio di santa Rosa e a quando la città di Viterbo si è trovata unita”.

Don Cento ha chiesto proprio questo ai suoi facchini. Di essere “tutti di un sentimento”.

“Come santa Rosa è stata un simbolo di unità per la città di Viterbo, loro devono esserlo allo stesso modo. Perché ogni volta che passano, si rinnova il miracolo della nostra patrona e di una città compatta e solidale”.

Il suo pensiero è per loro che per tutta la giornata lo hanno cercato. Al raduno nella sala del conclave gli hanno dedicato un lungo applauso. Tant’è che il sacerdote è dovuto salire sulla sedia per salutarli tutti. Un abbraccio che Don Cento non dimenticherà. Perché loro sono la sua famiglia. “Sotto la macchina, prima che inizi questo momento, li vado a salutare. Uno per uno, perché sono come dei fratelli. Gli eroi di una giornata che resta nell’anima”.

Paola Pierdomenico


Preghiera del facchino

O santa Rosa
Tu, ancora giovane ma donna matura,
mantenendo fede a Gesù Cristo,
hai saputo vincere il male con il bene.
Sebbene, infatti, l’odio violento si sia scagliato contro di te,
fino a importi un ignominiodo esilio, esso non ha vinto.
Nel momento del tuo maggiore dolore,
quando sembrava che tu avessi fallio,
è accaduto il miracolo.
I Viterbesi, divisi tra di loro,
sono tornati ad essere un solo popolo.
Non ha prevalso il loro vendetta e risentimento.
La pace, come te, è tornata tra le mura cittadine.
Nostro ora è il compito di portare sulle nostre possenti spalle
la grandiosa macchina, simbolo del tuo trionfo.
Il popolo di Viteboaspetta in trepida attesa che,
grazie a noi, si ripeta il miracolo: sentirsi tutti un sentimento.
E il prodigio si rinnova ogni anno al nostro passaggio.
E’ questa la testimonianza che tutti esigono da noi
che, cioè, come te, liberi dalla paura,
diventiamo segno di unità.
Santa Rosa, noi siamo pronti.
Benedici noi facchini e le nostre famiglie.
Intercedi per noi, perché insieme con te
possiamo giungere alla vita eterna.
Amen

Don Alfredo Cento

 


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4 settembre, 2016

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