Roma – Dazio, corruzione prescritta.
E’ caduto in prescrizione il reato di corruzione per il quale il tribunale di Viterbo aveva condannato Giuseppe De Paolis e Domenico e Dario Chiavarino a due anni e mezzo di reclusione.
La sentenza di primo grado a luglio 2014, al culmine del processo Dazio all’ex funzionario regionale De Paolis e ai due imprenditori di Celleno, Domenico e Dario Chiavarino, padre e figlio.
Dopo la decisione del tribunale di Viterbo, le difese si rivolgono alla corte di appello di Roma. Lo scorso giugno la prima discussione; ieri ci sarebbero dovute essere le repliche, ma i giudici non entrano nel merito per intervenuta prescrizione.
Per l’avvocato Mirko Bandiera, legale di De Paolis, è una sconfitta. “La prescrizione – dice – è un serio problema e non dipende sempre e solo dagli avvocati. In questo caso la colpa è esclusivamente dei giudici”.
De Paolis e i Chiavarino sono stati condannati in primo grado per corruzione, in relazione alla cava di Montevareccio che i due imprenditori volevano riattivare e per la quale avrebbero sborsato una tangente da 10mila euro, arrivata all’ex funzionario regionale con l’intermediazione dell’allora caposervizio comunale.
La sentenza del tribunale di Viterbo arriva cinque anni dopo gli arresti del settembre 2009 a opera della forestale. L’operazione prende il nome di Dazio, come i presunti dazi percepiti da due funzionari della soprintendenza e da De Paolis, mentre i Chiavarino pagavano. Tangenti che sarebbero servite, nell’ottica accusatoria, a “oliare meglio” la macchina della burocrazia, tra pratiche sveltite e autorizzazioni concesse con gli occhi chiusi sui vincoli paesaggistici.
Un capitolo che si è chiuso quasi subito col patteggiamento per il caposervizio comunale e i due funzionari della soprintendenza. Mentre per gli altri tre il processo è continuato, restringendo l’oggetto del contenere alla mazzetta da 10mila euro per far ripartire la vecchia cava di Montevareccio. Cava di fatto rimasta inerte.
Il processo Dazio è il processo delle tangenti definite in codice come “auguri” o “bottiglie di vino”, con il balletto delle intercettazioni sullo sfondo: prima azzerate, poi riammesse e legittimate perfino dalla Cassazione, hanno tenuto banco in non poche udienze. Presenti fino all’ultimo, quando l’accusa ha scelto di farle ascoltare in aula, e trattate da subito come prova regina. Anche per questo le difese si sono rivolte alla corte d’appello: per loro, le intercettazioni erano inammissibili.
Nulla di fatto comunque, reato prescritto.
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY