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Cave e tangenti - Processo Dazio - Ascoltati altri cinque testimoni

Quella nota “troppo permissiva”…

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Domenico Chiavarino

Domenico Chiavarino

Dario Chiavarino

Dario Chiavarino

(s.m.) – “La cava doveva essere autorizzata dalla Regione e non dal Comune. In tal caso, sarebbe stata irregolare”.

A parlare è l’ingegner Minicillo, dirigente del settore polizia mineraria della Regione Lazio tra il 2008 e il 2009. Era il superiore di Giuseppe De Paolis, il funzionario regionale imputato per corruzione al processo Dazio. E’ accusato di aver preso una tangente per autorizzare una vecchia cava in località Montevareccio, a Viterbo.

Buona parte dell’udienza di ieri ruota intorno alla nota da lui scritta il 13 gennaio 2009 e poi modificata dal suo dirigente Minicillo. Per l’ok alla cava, De Paolis dava carta bianca al Comune e, quindi, a Massimo Scapigliati, responsabile dell’ufficio cave e torbiere che in Dazio patteggiò tre anni fa.

Fu il dirigente regionale a rimettere le mani su quella nota: “Era un po’ troppo permissiva – spiega Minicillo in aula -. Per questo l’ho corretta. Per far ripartire la cava non bastava il nulla osta comunale. Serviva una nuova richiesta ed è quello che ho dovuto aggiungere alla nota”. La procedura è lenta, spiega in aula Minicillo. Ci vogliono anni per autorizzare una cava. Su questo puntano i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci: gli imprenditori imputati insieme a De Paolis, Dario e Domenico Chiavarino, non volevano aspettare. Ecco perché, secondo l’accusa, avrebbero tentato prima con “l’aggancio” De Paolis in Regione e poi con lo stratagemma dei contratti di messa in sicurezza con i proprietari dei terreni. In realtà, estraevano lapilli da rivedere: un’attività di cava in piena regola, perché “nella messa in sicurezza – dice Minicillo – il materiale scavato non si porta via. Resta dov’è”.

“Io ho affittato il terreno a Chiavarino per riattivare la cava”, spiega in udienza il proprietario del terreno di Montevareccio. L’imprenditore di Celleno gli aveva promesso 90mila euro per estrarre il materiale. Alla fine, Chiavarino gliene ha dati solo 10mila. Il suo avvocato obietta che il contratto tra imprenditore e proprietario del terreno era di messa in sicurezza. Ma il testimone non sa dire, non ricorda.

Davanti ai giudici, ieri pomeriggio, anche un altro proprietario terriero, un geometra e il responsabile del nucleo investigativo della forestale Marco Avanzo, che ha parlato di una telefonata tra Chiavarino, Scapigliati e De Paolis la sera del 13 gennaio 2009. Stessa data della famosa nota di De Paolis.

Le intercettazioni, però, sono ancora off limits. Sulla montagna di conversazioni registrate e sulla loro utilizzabilità al processo si pronuncerà a giorni la Cassazione. Azzerate, poi riammesse, sono oggetto del ricorso della difesa Chiavarino. L’avvocato Moretti ne chiede l’annullamento. La Suprema Corte deciderà il 30.


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23 gennaio, 2013

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