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Viterbo - Corruzione - Un testimone: Scapigliati chiedeva soldi

“Ventimila euro per accelerare una pratica alla Soprintendenza”

di Stefania Moretti
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Domenico Chiavarino

Domenico Chiavarino

Dario Chiavarino

Dario Chiavarino

Massimo Scapigliati

Massimo Scapigliati

Viterbo – “Ventimila euro per accelerare una pratica alla Soprintendenza”.

Tanto avrebbe preteso Massimo Scapigliati da un imprenditore viterbese per “intercedere” presso l’ufficio regionale.

A dichiararlo è il geometra ascoltato ieri al processo “Dazio”. Imputati: gli imprenditori padre e figlio Domenico e Dario Chiavarino e l’ex funzionario regionale Giuseppe De Paolis. Tutti accusati di corruzione. 

Scapigliati, ex dirigente comunale dell’ufficio cave e torbiere, ha patteggiato tre anni fa. Ma ieri si è parlato ancora di lui e delle presunte tangenti chieste agli imprenditori per ottenere nulla osta regionali. Potevano volerci anni, persino decenni. Ma per il testimone-geometra c’era una scorciatoia.

“Scapigliati chiese dei soldi a un imprenditore per il quale stavamo curando insieme un progetto – ha spiegato il geometra -. Ventimila euro per fargli ottenere un parere dalla Soprintendenza. L’imprenditore ha consegnato solo una prima tranche di 10 mila euro, che fui io a portare a Scapigliati nel suo ufficio”. I soldi furono restituiti dopo il patteggiamento di Scapigliati e dei due funzionari della Soprintendenza, Giovanni Fatica e Antonio Di Cioccio, arrestati anche loro dalla forestale e inizialmente imputati.

Il geometra dice di non ricordare molti dettagli. Ma sapeva per sentito dire che “il parere della Soprintendenza si poteva ottenere solo pagando”. Ascoltato dalla forestale a settembre 2009, riferisce che, secondo Scapigliati “per accelerare una pratica era necessario “ungere” qualcuno, altrimenti l’autorizzazione non sarebbe stata rilasciata o sarebbe arrivata troppo tardi”. 

Una vicenda che, per la difesa, ricalca precisamente quella dei Chiavarino. Accusati di corruzione per essersi prestati al “sistema” illustrato dal testimone e smentito, alle scorse udienze, dall’imputato De Paolis: pagare una tangente per riattivare la vecchia cava di Montevareccio (Viterbo).

I pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci contano sette parti offese per gli stessi reati. Sette persone che avrebbero pagato per vedersi sbloccare pratiche ferme in Regione da anni. Proprio come i Chiavarino, secondo la difesa. Che, però, sono imputati.

L’ultimo dei quattro testimoni è un imprenditore che ha seguito le normali procedure per autorizzare una cava. Non ha pagato tangenti e per tredici anni ha aspettato invano il nulla osta. “Scapigliati non mi ha mai chiesto niente – ha affermato -, ma avevo sentito generiche voci su questa necessità di dazioni. Io non mi sono mai voluto piegare. Ma vedevo che pratiche più recenti delle mie venivano sbloccate prima. E dopo un po’ ho capito che c’era qualcosa di anomalo…”.

Tredici anni passati ad aspettare, tra continui intoppi e documenti che si smarrivano. “Richiesta presentata nel 2001, conferenza dei servizi nel 2005, chiusura delle procedure amministrative nel 2011 per poi venire a sapere nel 2012 che a Viterbo non si possono più fare cave”.

Risultato? Tempo perso. Nessuna tangente, nessuna cava. Ma 70 mila euro spesi dall’imprenditore per un’autorizzazione che ancora dorme negli uffici.

Stefania Moretti


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22 gennaio, 2014

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