Viterbo – “Nella scrittura sono completamente sincera. Il senso di inadeguatezza fa parte di me. Di tutti. Non crederò mai a una persona che si sente totalmente sicura di sé. Non esiste, non c’è”. Veronica Pivetti racconta di sé e dei piccoli grandi traumi della vita di ognuno di noi. Con ironia. L’attrice sarà a Caffeina domenica 25 giugno, alle 21, al Cortile del Palazzo dei Priori per presentare il suo libro “Mai all’altezza”.
Si mette a nudo col libro. Come mai?
“Perché, forse – dice Pivetti -, a un certo punto, si fanno anche questi bilanci. Dovevo scrivere il libro per la Mondadori e mi sembrava abbastanza interessante scandagliare non tanto la mia vita, perché lo scopo non era raccontare la mia biografia, della quale probabilmente non interessa a nessuno e a me per prima, ma episodi apparentemente insignificanti. I piccoli grandi traumi che si hanno durante l’infanzia o l’adolescenza, quando il mondo adulto, in generale, minimizza quello che ci capita da bambini, considerandole cose di poco conto.
Credo sia una materia estremamente condivisibile coi lettori per mettere il faro su un periodo della vita che è invece decisamente formativo e, spesso, anche traumatico”.
Il tutto in commedia.
“Sono una persona che ama la commedia, fa la commedia ed è sicuramente il mio modo di esprimermi. Mi piaceva ridere su certi argomenti e non ridicolizzarli, ma parlarne sdrammatizzandoli, avendo ben presente che, in certi casi, possano essere anche stati dei momenti fortemente drammatici”.
Il libro è positivo. Lo è anche il suo approccio alla vita?
“Sono una donna molto ottimista, in certi casi, però, so vedere nero come nessuno. Una caratteristica che penso sia di molti. Sicuramente, l’ottimismo è un grandissimo aiuto perché continuare a pensare che le cose si possono fare, che si possono fare bene e che si avranno risultati è un grande motore. Poi, non sempre si ottengono e il rischio di precipitare è dietro l’angolo”.
Si fa più vicino al suo pubblico.
“Credo di essere molto vicina al pubblico, da venti anni, e ho anche un bellissimo riscontro per il grande affetto che mi viene dimostrato, anche coi numeri e la partecipazione. Con il primo libro, ho condiviso un’esperienza estremamente forte e drammatica, e cioè quella della depressione, descrivendola anche in quel caso nella maniera più comica possibile. Ho trovato grande condivisione e ho deciso di continuare su questo percorso perché il rapporto col pubblico mi piace tantissimo ed è il motore del mio lavoro. Quello che, intanto mi permette di andare avanti e per cui ho una grande gratitudine e poi trovo che sia bello confrontarsi. Racconto delle cose, in attesa che, nei miei incontri, come spesso accade, qualcuno mi parli della sua esperienza. Perché sia appunto una condivisione e non un discorso a senso unico”.
Nel libro parla anche di un incendio che due anni fa le distrusse casa cambiando la sua vita. Ha detto che tutto è scomparso, ma non i ricordi. E’ stata in qualche modo un punto di rinascita?
“E’ stato curioso, perché è capitato proprio a cavallo dei 50 anni, un’età che, per una donna, simboleggia qualcosa. Sembra una banalità. E’ stato sicuramente un precipizio e, inevitabilmente, una rinascita perché se non vuoi continuare a precipitare l’alternativa è solo quella. Una nuova formazione”.
Cosa le è dispiaciuto di più perdere?
“Un manifesto a cui ero molto legata e che avevo comprato a 16 anni. Rappresentava uno spettacolo, che ho molto amato, e che ho portato in tutte le case che ho avuto e in tutti i traslochi. Non di valore oggettivo, ma affettivo. Per me. E’ introvabile, ho provato a cercarlo ma non ci sono mai riuscita”.
E’ il suo secondo libro. Più difficile scrivere o recitare?
“Sono due mestieri diversi che, nel mio caso, fanno parte della stessa persona. Trovo che nessuno dei due sia difficile, e poi, le difficoltà non mi hanno mai spaventato anzi, mi interessano e mi attirano. Mi spronano e mi stuzzicano. E’ un deterrente, nel senso che più una cosa è complicata, più mi ci butto con maggiore interesse, entusiasmo e impegno. Recitare mi piace molto, ma ci sta una mediazione, per cui non dico la verità, interpretando dei personaggi. Inevitabilmente, quindi, faccio qualcosa che è al di fuori di me, anche se ci sono quei caratteri che mi assomigliano. Dico cose che non sono farina del mio sacco, invece, nella scrittura sono completamente sincera e questa sincerità mi appaga moltissimo. Credo poi si senta. E’ un mestiere di pura libertà e credo, per me, stia diventando un lavoro importantissimo”.
Parla di un senso di inadeguatezza che l’ha accompagnata per tanto tempo. C’è ancora?
“Certo, non è che scrivi un libro e passa. E’ qualcosa che mi appartiene e su cui sto lavorando e credo mi accompagnerà per tutta la vita. Una parte di me con cui combatto costantemente una battaglia molto onesta. E questo non è né drammatico, né grave, ma un dato di fatto. Fa parte di me, così come tanti aspetti di sicurezza che mi sono costruita nel corso della vita e che ho conquistato in certi ambiti, per esempio nel lavoro. Sono per esempio anche molto inquieta nell’affrontare i lavori, ma allo stesso tempo felice di farli e serena di fronte a fatiche e complicazioni”.
Inadeguatezza che poi appartiene a tutti.
“Non crederò mai a una persona che si sente totalmente sicura di sé. Non esiste, non c’è. Tutti ci sentiamo inadeguati in qualcosa e credo che questo ci faccia anche essere molto concreti, solidi e coi piedi per terra. Cosa di cui ne abbiamo tutti molto bisogno”.
Come si sopravvive all’inadeguatezza.
“Con la buona volontà, bisogna non soccombere, perché si può. Naturalmente serve fare un grande lavoro su sé stessi. Avere voglia di analizzarsi. Da quando sono stata in depressione, ho conosciuto l’analisi e l’ho frequentata molto. Mi piace farla, anche se riflettere sulla propria condizione porta anche grandi abissi e si possono toccare argomenti sgradevoli e difficili. Comunque, è sempre molto meglio sapere che il contrario”.
Cosa le è piaciuto di più nello scrivere questo libro?
“Lo scrivere, l’atto della scrittura in sé. E’ diventato anche un grande godimento fisico, mentre prima pensavo fosse il mio lavoro a darmi la pienezza della felicità di fare qualcosa dal punto di vista professionale. Ho scoperto, con questo secondo libro, il piacere della riflessione, dello stare davanti al pc e cercare le parole, i concetti. Cancellare, ripercorrere i tragitti e poi scrivere”.
Paola Pierdomenico
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