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Ospizio lager di Gradoli - Ieri l'interrogatorio davanti alla corte d'assise del principale imputato - Al centro dell'attenzione la morte di 13 anziani per le presunte carenze della casa di riposo

Botta e risposta tra il pm Pacifici e il gestore Brillo

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Viterbo - La procura

Viterbo – Il tribunale

 

Franco Pacifici

Franco Pacifici

 

Gli avvocati Samuele De Santis ed Enrico Valentini

Gli avvocati Samuele De Santis ed Enrico Valentini

Gradoli – Ospizio lager di Gradoli, è stato un interrogatorio ad alta tensione quello del gestore Franco Brillo, durante il quale si sono alzati più volte i toni dello “scontro” tra l’imputato e il sostituto procuratore Franco Pacifici. 

Ieri ha potuto fornire la sua versione alla corte d’assise l’imprenditore umbro 69enne, a processo con i figli Maurizio e Federico, il medico di base orvietano Ugo Gioiosi e la neuropsichiatra senese Lucia Chiocchi per la presunta morte per abbandono di incapaci di tredici ospiti della casa di riposo “Il fiordaliso”.

Un’udienza caratterizzata da una lunga serie di affondi da parte del pm e di botta e risposta, spesso aspri da ambo le parti, con l’imputato. Dal trasferimento degli ospiti dall’alloggio per anziani di Castel Giorgio all’ex albergo sul lago di Bolsena senza l’autorizzazione del Comune alla vigilia di natale 2008 alle due ordinanze sindacali di chiusura e sgombero non ottemperate all’inizio del 2010, alla morte in breve tempo di oltre una dozzina di anziani, alla presenza di ospiti non autosufficienti, alle presunte carenze di riscaldamento, cibo, assistenza e cure mediche. 

C’erano mediamente 22 ospiti, di età compresa tra i 72 e i 103 anni al Fiordaliso. La struttura era sempre al completo: “Grazie al passaparola, avevamo gente in lista d’attesa”, ha detto Brillo, che si è difeso con le unghie e con i denti. 

“Il dibattito su dove comincia e dove finisce l’autosufficienza è aperto”, ha replicato l’imputato. E ancora: “Oltre al personale, c’ero io sempre presente, 20 ore al giorno, notte compresa”. “Il dottor Gioiosi – ha detto – veniva da Orvieto tutti i mercoledì, in cambio di 50 euro a titolo di rimborso spese. Se c’erano urgenze o decessi veniva il medico del paese. Tutti i giovedì venivano a portare le medicine e verificare le condizioni due infermieri da Abbadia San Salvatore per la decina di pazienti della Toscana”. 

Tra loro Lido e Algido. Il primo messo in manicomio da bambino solo perché sulla carrozzina, il secondo con qualche problema cognitivo ma sano nel corpo, dalla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Siena hanno sempre vissuto insieme. Lido era la mente e Algido il braccio della coppia.

Lo ha spiegato la dottoressa Chiocchi, geriatra e psichiatra della Asl 7 di Siena (Val di Chiana, Amiata e Val d’Orcia) durante il suo interrogatorio. 

Il medico toscano ha negato fosse suo il “certificato cumulativo” col suo timbro e la sua firma, in cui sarebbero stati dichiarati autosufficienti pazienti che non lo erano: “Un certificato impossibile, dal contenuto stravagante, fuori da ogni procedura, semmai al singolo paziente dal medico curante”.

Lido e Algido? “Ad Abbadia avevano una casetta loro, dormivano da soli e avevano soltanto l’aiuto per le faccende domestiche di una badante, erano autosufficienti, si compensavano l’un l’altro da sempre”, ha detto la Chiocchi.

Per Brillo né loro, né gli altri erano “psichiatrici”. “Me li hanno portati i servizi sociali di Abbadia – ha detto Brillo – c’era uno che fumava una sigaretta dietro l’altra,  uno che prendeva troppi caffè, un altro che non si regolava col cibo, uno lucidissimo ma in carrozzina. Non psichiatrici, ma normali. Autosufficienti, solo da supervisionare. Tutti i giorni li mettevo in fila indiana e li portavo a fare una passeggiata fino al bar a prendere il caffè. Mai avuto un problema”. Ha però ammesso che tra gli anziani ce n’erano di non autosufficienti. 

“Avrò commesso delle leggerezze, ma la casa di riposo l’ho aperta per creare un lavoro ai miei figli, non per finire sotto processo. Tutti i guai sono venuti da una lettera anonima, scritta da un mio concorrente per aprire una casa di riposo al posto mio”. 

Nessuna convenzione tra la Asl di Siena e la casa di riposo, ha sottolineato Pacifici. Ciononostante per i pazienti erano previste visite domiciliari da parte di personale della Asl di Abbadia in trasferta a Gradoli. “Le ricordo che si contesta l’abbandono di incapaci”, ha sottolineato la presidente della corte d’assise, giudice Silvia Mattei.

“Il rapporto era un rapporto privato tra la struttura e i familiari, che pagavano la retta – ha spiegato la dottoressa – ma la Asl 7 di Siena manteneva la relazione terapeutica con gli utenti ancora residenti sul suo territorio, in lista d’attesa per strutture toscane, anche se in ‘domicilio di soccorso’ al Fiordaliso”.

L’ex albergo “La ripetta” – 25 camere con bagno su tre piani più un seminterrato – era stato appena ristrutturato. “Nel seminterrato – ha spiegato Brillo, difeso dagli avvocati Enrico Valentini e Samuele De Santis –  dove gli ospiti trascorrevano le ore diurne, c’erano il salone-hobby e il ristorante-sala da pranzo, affacciati su un terrazzo con annesso un piccolo giardino panoramico sul lago di Bolsena, dove nella bella stagione c’erano sdraio e poltrone”. 

Brillo ha puntato il dito contro “certi parenti”. “C’era chi veniva due volte la settimana, chi a Pasqua oppure a Natale”. “A volte capitava che gli anziani non stessero come dicevano i figli. Uno ha portato la madre da Castiglione della Pescaia in ambulanza senza dirci che era caduta in bagno e aveva un femore rotto. Lo ha scoperto il nostro dottore il giorno dopo. Il figlio si è rifiutato di ricoverarla perché era a Rimini per un convegno, mentre il fratello era in America. Quando in tre giorni la poveretta è morta, mi ha chiesto di pensare io ai funerali, cosa che ho fatto, perché lui proprio non poteva”.

Il Corriere di Siena ha pubblicato una mail di familiari soddisfatti: “Peccato che fosse anonima”, ha fatto notare il pm, anticipando le difese. Al che l’avvocato della dottoressa toscana ne ha tirate fuori due, entrambe firmate, inviate al medico: “Mai una lamentela dalla Fiordaliso, anzi – ha replicato – nelle lettere i parenti si dicevano preoccupati che la struttura venisse chiusa, perché i familiari avevano recuperato e fatto progressi”.

Le prossime due udienze, il 15 e il 23 gennaio, sarano dedicate ai testimoni delle difese.

Silvana Cortignani


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20 dicembre, 2017

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