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Gradoli - Corte d'assise - Per il perito Aromatario solo l'autopsia avrebbe potuto stabilire se gli anziani siano deceduti per le carenze della casa di riposo

“Impossibile dire la causa delle morti, ma l’assistenza non era adeguata”

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Un'aula del Palazzo di Giustizia viterbese

Viterbo – Un’aula del tribunale 

 

Il pm Franco Pacifici

Il sostituto procuratore Franco Pacifici

 

Gli avvocati Samuele De Santis ed Enrico Valentini

Gli avvocati Samuele De Santis ed Enrico Valentini

Gradoli – Ospizio lager di Gradoli, davanti alla corte d’assise il noto medico legale Maria Rosaria Aromatario, della Sapienza di Roma, incaricata dal tribunale di verificare il nesso tra il presunto stato di abbandono e la morte di tredici ospiti ultraottantenni della casa di riposo “Il Fiordaliso”.

Secondo il pm Franco Pacifici, avrebbero patito il freddo e la fame e non avrebbero avuto un’assistenza medica adeguata.

Alla sbarra, con la grave accusa di abbandono di incapaci in concorso aggravato dalla morte, i tre gestori della struttura ricavata in un ex albergo con vista mozzafiato sul lago di Bolsena. Franco Brillo e i figli Maurizio e Federico; il medico di base orvietano Ugo Gioiosi e la neuropsichiatra senese Lucia Chiocchi. Responsabili civili le Asl umbra e toscana d’appartenenza dei dottori. Parti civili i familiari di otto anziani deceduti. 

La Aromatario ha preso in esame otto casi su tredici sospetti, attraverso le schede di morte Istat di quattro anziani deceduti nella casa di riposo e le cartelle cliniche di altri quattro, deceduti invece dopo il ricovero all’ospedale di Acquapendente. 

Dei quattro morti in ospedale, uno soffriva di edema polmonare, un altro aveva un’aritmia cardiaca, un 88enne tre mesi prima era stato ricoverato in ospedale a Siena per un’ischemia e una malattia ematologica: “Ma non so di cosa sia morto”, ha spiegato la Aromatario. 

“E’ impossibile stabilire se siano morti per cause naturali o altro. Tutti sono stati ricoverati in condizioni molto gravi, con patologie croniche e a volte non coscienti. Avevano bisogno di assistenza medico-infermieristica continua, già prima dell’aggravamento”, ha spiegato la consulente. 

Nei casi dubbi si sarebbe dovuta disporre l’autopsia: “Manca la richiesta di indagini post mortem. Avere omesso certi accertamenti, ci impedisce di fare una valutazione. Una carenza censurabile”.

“L’arresto cardiocircolatorio non è di per sé una causa di morte – ha sottolineato, proseguendo – dai doumenti non emerge che ci fossero sanitari a fornire un’assistenza continua. Le terapie prescritte erano però segno che serviva non monitoraggio costante, mentre le patologie acute richiedevano terapie non attuabili a domicilio”.

“Alcune patologie non erano visibili, come l’aritmia cardiaca indicata in un caso come causa di morte. Per questo serve una valutazione preventiva, al momento dell’accettazione in casa-alloggio. Le condizioni vanno valutate prima. Vanno accettate solo le persone che si possono assistere”. 

Infuriati i difensori dei Brillo, avvocati Samuele De Santis ed Enrico Valentini, per avere attestato il consulente presunte carenze assistenziali pur non essendo in grado di dire se le stesse abbiano a che fare con la morte, come richiesto dal quesito.

“Un’anziana è giunta in ospedale con piaghe da decubito al quarto stadio, un altro in stato di grave denutrizione. Non sono stati adeguatamente assistiti”, ha ribadito la Aromatario. 

Al termine dell’udienza il giudice Silvia Mattei, presidente della corte d’assise, ha calendarizzato le prossime sei udienze, una alla settimana, per chiudere il processo entro maggio, prima che scattino le prime prescrizioni. Si torna in aula il 5, 12 e 19 aprile e poi ancora il 3, 10 e 17 maggio. Udienza fiume quella del 12 aprile, quando è previsto l’ascolto di tutti i dodici testimoni delle difese. 

Dopo la dottoressa Aromatario, inoltre, sono da sentire in aula anche gli altri periti delle parti. Le difese hanno nominato i dottori Andrea Biancifiori di Terni e Ettore Santini del San Giovanni di Roma. Il pubblico ministero Franco Pacifici ha confermato, anche per questa fase del processo, l’incarico al professor Massimo Lancia dell’università di Perugia, che a suo tempo aveva già stilato la perizia per la procura. 

Silvana Cortignani


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28 marzo, 2018

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