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Tribunale - Maltrattamenti alla scuola media - Il padre: "Lì per lì non ci credi, poi... " - La madre: "Mi ha chiamata al telefono per dirmi che mio figlio puzzava" - La difesa: "In classe c'erano tanti 6 in condotta"

Sbeffeggiato e umiliato davanti ai compagni dalla prof bulla, parlano i genitori della vittima

di Silvana Cortignani
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La pm Paola Conti

La pm Paola Conti

L'avvocato Giovanni Labate

L’avvocato Giovanni Labate

Bagnoregio – Nel vivo con la testimonianza dei genitori della vittima il processo a Giuseppina Castellani, la docente originaria della provincia di Terni finita sotto i riflettori dei media nazionali come “la professoressa bulla” nella primavera di quattro anni fa, quando fu sospesa dall’insegnamento con l’accusa di maltrattamenti in classe.

“Ti dicono che la professoressa dice ai compagni di far sedere tuo figlio su una sedia, tenergli le braccia ferme dietro la schiena, disporsi in circolo e schiaffeggiarlo a turno, lì per lì non ci credi. Invece dici a tua moglie di indagare e scopri che la stessa insegnante gli dice anche che non capisce niente, lo fa sollevare dai compagni per mani e piedi e portare di peso fuori della classe, invita gli altri a schernirlo e non fa che riprenderlo… “, ha spiegato il papà.

L’imputata, una sessantenne di Castel Giorgio, difesa dall’avvocato Giovanni Labate, all’epoca docente di italiano alla scuola media di Bagnoregio, a febbraio 2016 è stata denunciata dai genitori di uno studente di terza media, allertati da due catechiste.

L’alunno adolescente sarebbe stato umiliato e vessato davanti a tutti la classe, con i compagni costretti a farlo sedere con le mani dietro la schiena su una sedia e invitati a schiaffeggiarlo a turno, secondo uno degli episodi più cruenti raccontati dagli stessi alunni durante una lezione sul bullismo a catechismo alla vigilia di Natale del 2015. 

Per primi sono stati sentiti i genitori della presunta vittima, attualmente studente delle superiori quasi diciottenne. Il padre e la madre, che nel frattempo hanno ritirato la costituzione di parte civile, hanno spiegato come il figlio avesse qualche problema di discalculia e disgrafia e come fosse per l’età ancora piccolo di statura, per un ritardo della crescita in seguito al quale era seguito al Bambin Gesù. Motivi per cui si aspettavano semmai dalla prof maggiore sensibilità nei confronti del figlio. 

Titolare dell’inchiesta il pubblico ministero Paola Conti.


“Quello che ci fa fare la professoressa a te”

“Tre compagni di classe con cui mio figlio andava anche al catechismo, durante una lezione sul bullismo, dissero a mio figlio ‘quello che ci fa fare la professoressa Castellani a te'”, ha esordito la mamma.

“Poi hanno raccontato cosa succedeva durante le sue ore di lezione, a partire dall’episodio della sedia. Mio figlio non è stato picchiato perché è scoppiato a piangere, allora i compagni si sono rifiutati di proseguire. E poi, sempre la stessa docente, quasi tutti i giorni gli dava dello stupido, gli diceva puzzi, non capisci niente, inutile che ti spiego tanto non capisci. E lui a 13-14 anni ha ripreso a fare pipì a letto e aveva paura del buio”, ha detto ancora la madre.


La difesa: “In quella classe c’erano tanti sei in condotta”

Per la difesa la classe e il ragazzino erano difficili da gestire a causa dell’estrema vivacità per cui in diversi avevano preso sulla pagella del primo quadrimestre 6 in condotta.

“La classe era vivace, ma gestibile secondo tutti i professori, tranne la Castellani, che invece si lamentava in continuazione. Mi chiamava solo lei. A dicembre mi ha telefonato sul cellulare per dirmi che mio figlio puzzava. E lo ha fatto davanti a lui, perché le chiesi di passarmelo e lui era lì. Tra compagni invece andavano d’accordo, sono rimasti tuttora amici”, ha replicato la madre. 


L’allarme della catechiste dopo la lezione sul bullismo

Tra i testimoni le due catechiste che prima di Natale 2015 hanno fatto scattare l’allarme dopo la lezione sul bullismo.

“Quando i compagni hanno raccontato della sedia e di come lo buttavano fuori della classe, lui non ha detto niente. Ha abbassato la testa e non ha più parlato”, hanno detto, parlando di un bambino che conoscevano dalla prima elementare “vivace come tutti i maschi a quell’età, ma educato”.


“Siccome era basso di statura, la prof lo chiamava ‘piccoletto'”

La prof avrebbe inoltre umiliato la vittima, rimarcando davanti a tutta la classe la bassa statura del ragazzino chiamandolo “piccoletto”.

“Me lo ha detto mio figlio quando io e mia moglie gli abbiamo chiesto cosa succedesse durante le ore di italiano. Lo rimproverammo anche aspramente, quando ci disse che lo buttavano fuori della classe sollevandolo di peso su richiesta della professoressa, come se fosse un gioco. Capimmo che per loro farlo era diventata una prassi”, ha testimoniato il papà di un altro studente, sottolineando che “erano tutti amici, un gruppo discretamente unito, tanto che si frequentano ancora oggi”.


L’avvocato della prof vuole sentire la vittima in aula

Al termine dell’udienza, l’avvocato Labate è tornato a contestare l’incidente probatorio durante il quale sono stati sentiti la presunta vittima e altri quattro compagni di classe, chiedendo di riascoltarli tutti in aula, “essendo emerse diverse contraddizioni”. In teoria i minori sono stati sentiti nella modalità dell’incidente probatorio proprio per cristallizzare le loro versioni al momento in cui i fatti erano appena accaduti quindi freschi nella loro memoria. 

Si deciderà nel prosieguo dell’istruttoria dibattimentale. Intanto, il prossimo 4 giugno, saranno sentiti altri sei testimoni dell’accusa. 

Silvana Cortignani


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21 febbraio, 2020

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