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Santone di Acquapendente - Maestro Lino è deceduto venerdì ed è stato cremato martedì a San Lazzaro - Processo finito ma l'avvocato Dionisi avverte in una lettera a Tusciaweb: "Chi sa è ancora in tempo a parlare"

Morte di Pasquale Gaeta, mamma Virginia Adamo: “Mia figlia e le altre vittime senza giustizia”

di Silvana Cortignani
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Pasquale Gaeta

Pasquale Gaeta


Acquapendente – Non è passata sotto silenzio la morte di Pasquale Gaeta, il 67enne d’origine napoletana, fondatore della comunità Qneud (Questa non è una democrazia) di Acquapendente.

Maestro Lino, come lo chiamavano i “discepoli”, è deceduto venerdì nella sua casa di Acquapendente ed è stato cremato martedì mattina presso il cimitero viterbese di San Lazzaro.

Noto alle cronache nazionali come il santone di Acquapendente, era tuttora a processo davanti al collegio del tribunale di Viterbo per reati gravissimi come l’esercizio abusivo della professione di psicologo, i maltrattamenti in famiglia e la duplice violenza sessuale ai danni di due “adepte”, oggi trentenni, che avrebbe commesso tra il 2018 e il 2019.

Le indagini sono scattate in seguito alla denuncia della madre di una delle vittime, Virginia Melissa Adamo, la cui figlia, secondo lei plagiata da Gaeta, a capo di una vera e propria psicosetta, aveva interrotto improvvisamente i rapporti, mai più ripresi, con la famiglia.

La donna, parte civile al processo che sarebbe dovuto riprendere il 17 settembre con l’avvocato Vincenzo Dionisi, si è lasciata andare a un lungo e duro sfogo su Facebook. Il legale ha invece inviato a Tusciaweb una lettera, sottolineando come quello celebrato dinanzi al tribunale di Viterbo “non è stato ‘un processo’ ma ‘il processo’ contro i sistemi di manipolazione mentale e chi li pratica”.

“Chi sa ha ancora la possibilità di farsi avanti”, rilancia Dionisi. 

Silvana Cortignani


Virginia Melissa Adamo

Virginia Melissa Adamo


Lo sfogo su Facebook Virginia Melissa Adamo

“Senza giustizia mia figlia e tutte le vittime per cui ho lottato”

Riflettiamo assieme. Comincia così la mia settimana del 9 settembre. Leggo in un messaggio ricevuto dal mio legale Vincenzo Dionisi che Gaeta è morto. E ancora leggo… la morte del reo estingue tutti i reati. Leggo su Tusciaweb, su Repubblica e le più grosse testate giornalistiche: l’ultima udienza del processo, destinato a chiudersi il prossimo 17 settembre senza innocenti né colpevoli in seguito all’estinzione dei reati per morte del reo.

La settimana comincia male, sono ore che si trasformano in giorni terribili per me. Secondo alcuni “devi gioire pensando al male causato a tua figlia”, perché se non ho ancora riabbracciato mia figlia? Secondo altri “ci pensa la giustizia divina”, ma mentre la melma va in fiamme cremato, io sono in terra e ho dato vita ad un processo dopo 40 anni dall’abrogazione del reato di plagio, per rendere giustizia a mia figlia e a tutte le vittime, per le quali rimarrà un segno indelebile ove l’ unico imputato muore, il processo si estingue. E ancora… “vedrai che lo shock causato dalla morte avrà un effetto così devastante su tua figlia da riportarla in se”.

Alla trentesima chiamata sopraggiunta e oramai stremata da un lato ad ascoltare le stesse frasi di cui sopra, e dall’altro ad essere indulgente impietosita per una persona frustrata e irriconoscente che nel bel mezzo della mia orribile giornata si divertiva a dar sfogo ai propri umori e vuoti da colmare diffamando la mia persona, nella suddetta chiamata una voce esordisce con “ la giustizia ha fallito”, perché? Se ad oggi mancano ai giudici strumenti e leggi per condannare e la verità me la sono cercata da sola?

Ancora una volta questo è l’ennesimo esempio di come la giustizia italiana, non abbia potuto condannare in tempi celeri, così come avviene in altri Paesi, cito la Spagna giusto per ovvie ragioni di vicinanza, un imputato con pendenti a suo carico tre capi di imputazione: violenza sessuale, maltrattamenti ed esercizio abusivo della professione. Non mi piace usare in questo caso la parola fallimento, e trattandosi della prima di una lunga serie di riflessioni, apriamo una voragine sul termine in questione che merita la sua giusta importanza.

Ritengo che il “fallito” sia tutt’altro, vale a dire chi si nasconde e non accetta la verità per egoismo e amor proprio, chi scappa dalla verità per incapacità ad argomentarla o per paura di essere smentito. Il fallito teme la verità dei fatti e compensa il proprio vuoto trasformatosi al contempo in malessere a causa delle bugie che da solo o in compagnia di altri denominati “falliti” ( solitamente il processo fuorviante si sviluppa all’interno delle proprie mura) ha costruito nella sua mente per dar fermezza alla sua finta verità e mancanza di autostima, ed in maniera voglio sperare inconsapevole ( solo un esperto psicologo può determinarne la vera causa, non è il mio ambito) avverte la necessità di sfogare questo forte disagio proiettando su altri sé stesso.

Il social in questo caso è l’unico forte alleato del “fallito” perché è creato con algoritmi intelligenti e innescati per un perfetto processo di manipolazione mentale, quindi veicola il “fallito” e i “ cabron” ( seguaci del fallito ) ad alimentare e fomentare il proprio fallimento. Grazie a questo eccellente sistema si aprono e si spalancano porte e portoni nelle opportune sedi per via delle svariate denunce, che metteranno in moto l’inarrestabile macchina di risarcimento per i danni arrecati.

Virginia Melissa Adamo


Virginia Adamo con l'avvocato Vincenzo Dionisi e il criminologo Sergio Caruso

Virginia Adamo con l’avvocato Vincenzo Dionisi e il criminologo Sergio Caruso


La lettera a Tusciaweb dell’avvocato Vincenzo Dionisi

“Chi sa ha ancora la possibilità di farsi avanti”

È morto Pasquale Gaeta, salito alla cronaca per il noto processo alla psicosetta Qneud, meglio conosciuto come “Maestro Lino”. Non è nel mio stile esprimere giudizi sulla sua persona dinanzi alla morte, morte che pone anche fine alla vicenda processuale.

Rimangono i fatti ed i documenti, rimane il dolore di una madre che ha lottato per ottenere giustizia per la figlia perduta, rimane il segno indelebile che le vittime porteranno dentro per sempre. Questo processo ha segnato l’inizio di un percorso per l’approvazione di una legge che colmi il vuoto lasciato dall’abrogazione del reato di plagio.

Un particolare apprezzamento va a Virginia, che ha trasformato il dolore in una vera e propria crociata contro il sistema della manipolazione mentale, terreno ove operano sette, psicosette e sedicenti santoni; quando il 17 settembre, mentre si spegneranno i rifletti su questa vicenda, rimarrà accesa l’ostinata voglia di giustizia di Virginia contro questi millantatori, attraverso l’operato di Manisco World, l’associazione dalla stessa fortemente voluta e che presiede.

In tema di psicosette, quello celebrato dinanzi al tribunale di Viterbo non è stato “un processo” ma è stato “il processo” contro i sistemi di manipolazione mentale e chi li pratica.

La morte del Gaeta e l’estinzione del procedimento hanno impedito di far luce su alcuni aspetti tragici e drammatici, ma anche oscuri e cupi, della storia di Qneud, non potendo raggiungere la verità e smascherare bugie; chi ha taciuto, chi ha detto mezze verità, chi non ha narrato la verità, chi si è sottratto alla testimonianza ha sempre la possibilità di farsi avanti, per rispetto delle vittime, ed affinché non vi siano più vittime, ed anche per sé stesso, per scrollarsi di dosso l’esser stato partecipe di quella vile consorteria.

Un doveroso ringraziamento alla dottoressa Paola Conti, titolare del fascicolo penale, per il lavoro svolto, ringraziamento da estendere a tutti coloro che hanno contribuito alla costruzione dell’impianto accusatorio.

Avvocato Vincenzo Dionisi


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12 settembre, 2024

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