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Santone di Acquapendente - La testimonianza choc della madre che ha denunciato Pasquale Gaeta - La figlia, che la chiamava "mamò", avrebbe fatto perdere le sue tracce

“Col giuramento della vocante, le ha fatto tagliare i capelli corti e indossare il burqa”

di Silvana Cortignani
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Il santone Pasquale Gaeta, alias maestro Lino, in tribunale

Il santone Pasquale Gaeta, alias maestro Lino, in tribunale il 23 maggio 2019


Acquapendente – Avrebbe detto in giro di voler aprire un’agenzia di viaggi e anche un  centro commerciale ad Acquapendente il “santone” della comunità Qneud che si faceva chiamare “maestro Lino” dai suoi seguaci, al secolo Pasquale Gaeta, a processo davanti al collegio del tribunale di Viterbo per violenza sessuale su due ragazze, maltrattamenti e esercizio abusivo della professione di psicologo.

“Una volta mia figlia ha telefonato alla zia, dirigente di banca, per chiederle un finanziamento per aprire un centro commerciale sulla Cassia, a forma di galassia, con dentro gli alieni. Mia sorella mo ha chiamata stupefatta”, ha raccontato la mamma che ha fatto scattare le indagini denunciando l’imputato. “Non era più lei. E’ riuscito anche a farle credere che aveva gli angeli in casa e che avevano lasciato le impronte”, ha proseguito, testimoniando al processo in cui è stata ricnosciuta parte offesa per avere perso i contatti con la figlia.


Testimonierà l’altra vittima del santone 

Oltre alla figlia di Virginia Melissa Adamo, la 28enne che in sede di incidente probatorio ha negato ogni abuso, c’è un’altra presunta vittima, una ragazza emiliana che si è costituita parte civile con l’avvocato Claudio Benenati del foro di Bologna. C’è grande attesa per la sua testimonianza, che più di ogni altra prova potrebbe incastrare alle sue responsabilità il 64enne originario di Napoli che vive tuttora nella cittadina dell’Alta Tuscia, allo stesso indirizzo al civico 4 di via Onanese dove avrebbe convinto a trasferirsi l’allora 24enne studentessa universitaria che chiamava affettuosamente “mamò” la mamma.


In un messaggio la conferma dei sospetti

“Una ragazza colta, brillante, che parla quattro lingue, cresciuta in una famiglia unita con un fratello e due sorelle, con un passato di viaggi coi suoi e da sola tra cui il cammino di Santiago di Compostela,  che partecipava ai raduni nella natura della Raimbow Family”, ha spiegato la madre durante l’udienza del 21 settembre, descrivendo la figlia come una ragazza cui è stata data ogni opportunità, che a un certo punto si sarebbe allontanata dalla famiglia senza un perché.

“I miei sospetti sono diventati realtà il 9 settembre 2018, quando un ragazzo di Acquapendente con cui mia figlia aveva preso a vedersi mi ha mandato un messaggio per mettermi in guardia sulle sue frequentazioni”, ha detto la madre, riuscita poi a farsi dare il numero dell’imputato da un regista teatrale che assieme a un videomaker faceva parte del gruppo.


La prova dei maltrattamenti in quattro foto

Il ragazzo, anche lui tra i testimoni dell’accusa, avrebbe scattato quattro foto alla figlia di Virginia quando è stata picchiata da Gaeta e dalla moglie, che la riprendono con un grosso ematoma sulla fronte,  scattate la  sera del giorno in cui in via Onanese intervennero i carabinieri di Acquapendente a causa delle urla e dei pianti di ragazza uditi dai vicini.


“Ha dovuto tagliarsi i capelli e indossare il burqa”

Nell’autunno del 2018, la madre è riuscita a convincere la 28enne ad andare per un periodo nella casa di famiglia di Valencia, sporgendo poi il 3 novembre 2018 la prima querela, dopo avere scoperto su un computer dell’abitazione l’hard-disc con i “segreti” della figlia che a dicembre, per la prima volta in vita sua, non avrebbe trascorso il Natale con la famiglia.

“Ho scoperto così che mia figlia era stata indottrinata, che doveva percorrere un ‘viaggio’ in sei fasi, la prima delle quali la ‘trasformazione’ già completata e la seconda in corso, la cosiddetta ‘espiazione’, in cui doveva accettare le pene che le venivano inflitte per purificarsi. Ha dovuto tagliarsi i capelli corti, indossare il burqa, fare da serva al maestro Lino, comprare divaricatori anali, realizzare un clistere artigianale usato dal maestro Lino, che in quella fase usava delle maschere, per orinarle addosso”. 


“Stanotte il maestro mi ha fatta sentire una zoccola”

“Mi ha fatta sentire una zoccola, mi ha dato tutta la notte della troia, mi ha chiesto di fare cose fuori dell’anticamera del cervello”, avrebbe confidato su Whatsappa la figlia alla ragazza che si è poi costituita parte civile.

“L’ho messa in guardia io, quando mi ha raccontato le stesse cose che avevo trovato sull’hard-disc di mia figlia. Anche a lei Gaeta aveva detto di comprare divaricatori anali e di confezionare un clistere artigianale, ma di colore giallo. Ha capito e per sua fortuna non è andata oltre”.


“In Sicilia e Svizzera col guardiano della soglia”

“Mia figlia credo che abbia compiuto l’intero viaggio, con la ‘morte’ e la rinascita’. Quando ha lasciato Acquapendente è andata in Sicilia con uno che potrebbe essere il ‘guardiano della soglia’ dell’ultima fase del percorso, poi sarebbe finita in Svizzera. Non so più miente da lei. Da giugno ha rotto definitivamente anche con le sorelle, non le ha più chiamate e io ho presentato denuncia di scomparsa”.


La vicenda della “seguace” in fuga

E’ scappata anche un’altra ragazza, giunta alla comunità Qneud con sulle spalle il peso di abusi sessuali subiti da bambina. “Il maestro Lino se l’è portata in camera mentre la moglie e gli altri stavano in cucina. L’ha fatta spogliare nuda e sdraiare sul letto, come faceva con tutte, poi l’ha toccata nelle parti intime. Lei ha sbattuto la porta di casa e se ne è andata via per sempre”, ha detto Virginia Adamo.

La 28enne, che in quanto parte offesa ha nominato un avvocato, lo scoro 20 luglio, a sorpresa, si è presentata in tribunale col suo legale, senza rivolgere la parola alla madre, che ha provato a salutarla. Martedì non c’erano né lei, né il maestro Lino.


Le adepte e il “giuramento della vocante”

C’era l’avvocato di parte civile dell’altra ragazza, Claudio Benenati del foro di Bologna, il quale ha fatto notare, tra le altre cose, in vista della testimonianza della sua assistita, come anche lei avesse una copia del “giuramento della vocante” identico a quello della figlia di Virginia Adamo, sottolineando come sia allegato, assieme a molti altri documenti, alla denuncia. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

 


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2 ottobre, 2022

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