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Tribunale - Imputato di omicidio preterintenzionale un 34enne - Già condannato a 5 anni e mezzo per avere picchiato la compagna incinta

Uccise il cognato, l’accusa chiede 14 anni di carcere

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Fabrica di Roma – (sil.co.) – Quattordici anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Senza attenuanti. È la pena chiesta alla corte d’assise di Viterbo dal pubblico ministero Paola Conti per Dumitriel Daniel Ene.

Detenuto al Nicandro Izzo di Viterbo da undici mesi, Ene è il pregiudicato 34enne romeno accusato di avere ucciso il cognato 31enne Valentin Ionut Crisan, la sera del 26 luglio dell’anno scorso a Fabrica di Roma dopo la festa di compleanno della figlia di dieci anni della compagna. 

Omicidio di Fabrica di Roma – Nel riquadro la vittima Valentin Ionut Crisan

Omicidio di Fabrica di Roma – Nel riquadro la vittima Valentin Ionut Crisan


La stessa compagna che lo aveva perdonato e ripreso in casa nonostante l’avesse picchiata a sangue nel giugno 2024, mentre era incinta di loro figlio. Episodio per cui, lo scorso dicembre, Ene è stato condannato a 5 anni e mezzo di reclusione.

La vittima sarebbe stata aggredita dall’imputato completamente ubriaco proprio perchè avrebbe difeso per l’ennesima volta la sorella,  che l’imputato avrebbe continuato a maltrattare anche di fronte ai familiari.

L’imputato è difeso dagli avvocati Marco Borrani e Leonardo Lener. Si sono costituiti parte civile quattro familiari: la madre e la sorella della vittima, ovvero la ex di Ene, con l’avvocato Walter Pella; la figlia minorenne e la vedova di Crisan, assistite dagli avvocati Luigi Gioiosi e Emiliano Pierantonelli. La  corte d’assise è presieduta dal giudice Francesco Oddi,  a latere Jacopo Rocchi. 

Nessun dubbio per il medico legale Benedetta Baldari, che il 29 luglio ha effettuato l’autopsia. “La vittima è morta in seguito allo stress emotivo e ipertensivo innescato dalla colluttazione, anche se le lesioni riportate del loro era non lievi, per una prognosi che non avrebbe superato i 40 giorni”.

Ene sarebbe stato talmente fuori di sé, mentre seguiva il cognato in strada per picchiarlo, da farsi una profonda ferita sul dorso della mano destra, spaccando con un pugno il finestrino di una macchina parcheggiata sotto casa. “Medicato in ospedale con 7 punti di sutura è risultato positivo all’alcoltest con un tasso accertato dall’Umberto I di 1,51”, hanno riferito la dottoressa Baldari, che lo ha sottoposto a consulenza medico legale su disposizione della pm Paola Conti, nonché gli investigatori dei carabinieri ascoltati durante il processo.

Il cognato 31enne soffriva di insufficienza cardiocircolatoria, il sistema era compromesso, il suo cuore era ingrossato, pesava 618 grammi contro i 450 grammi della norma: “Ma non sarebbe mai potuto essere vittima di una morte improvvisa. Era giovane, alto 1,78, di corporatura robusta. L’innesco è stato lo stress emotivo, che gli ha fatto salire la pressione”, ha concluso Baldari, escludendo che sarebbe potuto accadere a prescindere dalla “rissa” col cognato.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.




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18 giugno, 2026

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