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Processo Love's House - Sfruttamento della prostituzione - Silvano D'Ascanio parla e si difende

“Annunci erotici, per noi era solo lavoro”

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Silvano D'Ascanio

Silvano D’Ascanio

Il pm Stefano D'Arma

Il pm Stefano D’Arma

L'avvocato di D'Ascanio Marco Ricci

L’avvocato di D’Ascanio, Marco Ricci

Love's House, uno degli appartamenti sequestrati

Love’s House, uno degli appartamenti sequestrati

Love's House, il blitz

Love’s House, il blitz

Viterbo – (s.m.) – Solo ed esclusivamente lavoro. “Noi raccogliamo la pubblicità. Se una vuole fare un certo mestiere – e cioè la prostituta – per noi non è reato”.

Si è difeso così Silvano D’Ascanio. Il titolare dell’agenzia pubblicitaria Studio Uno, a giudizio per gli annunci erotici sul Corriere di Viterbo, ha risposto alle domande di pm e avvocati. D’Ascanio prende la parola dopo tre anni a processo per sfruttamento della prostituzione insieme ai proprietari degli appartamenti trasformati in case chiuse. 

E’ l’inchiesta “Love’s house”: il blitz congiunto di polizia e carabinieri che, nel 2007, portò al sequestro di una trentina di appartamenti in tutta Viterbo. Specialmente in centro storico. “Alcuni erano diventati più famosi del Corso”, hanno detto i testimoni al processo alle scorse udienze. Era lì che si prostituivano ragazze sudamericane e dell’Est europeo. Alcove del sesso che si facevano pubblicità sul Corriere di Viterbo, tramite la concessionaria Studio Uno, con inserzioni hot.

Ma D’Ascanio alza le mani. “Pubblicare annunci è il nostro lavoro”. “Anche ai serial killer?”, provoca il pm Stefano D’Arma. “Che c’entra – aggiusta il tiro D’Ascanio -. Alcuni tipi di pubblicità non si accettavano: quelle contro lo Stato o contro le religioni. Ma in questo caso, se una vuole fare quel lavoro…”. Gli annunci costavano 50 euro l’uno. Secondo D’Ascanio potevano incidere al massimo sul 10 per cento del bilancio dell’agenzia. L’accusa, invece, ritiene che rappresentassero un buon 40 per cento degli introiti. Solo con l’indagine e l’arresto è cessato il flusso di inserzioni erotiche. “Non eravamo comunque gli unici a pubblicarle”.

Per le prostitute delle case dell’amore era comunque una precisa scelta di campo, quella di rivolgersi al Corriere di Viterbo. Lo dice una squillo, che spiega di aver imparato la pratica dalla maîtresse che l’aveva iniziata al mestiere: “Lei prima di me faceva pubblicare gli annunci sul Corriere. C’erano meno restrizioni che in altri giornali: si poteva essere espliciti, bastava avere il passaporto, una persona poteva commissionare articoli anche per altre. E poi ci veniva garantita più visibilità”.

La squillo ne ha anche per i proprietari delle case dell’amore, imputati al processo con l’accusa di lucrare sugli appartamenti affittati alle prostitute. Lei conferma: “Non pagavamo a prezzo di mercato. I nostri affitti erano più alti”. Casualità? Difficile: “Tutti sapevano che lavoro facevo. Una volta mi fu detto anche che se non ero io a prendere un appartamento, lo avrebbero dato a un’altra che faceva il mio stesso mestiere”. 

La squillo era l’ultima testimone dell’accusa. Degli imputati, solo D’Ascanio ha parlato. E dopo di lui, tre testi della difesa tra i quali Rocco Girlanda, segretario del Cipe ed ex sottosegretario di Stato al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ma anche amministratore della società editrice del giornale.

Il processo continua a maggio.


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18 marzo, 2015

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