Viterbo – Due anni e dieci mesi di reclusione.
E’ la richiesta del pm Stefano D’Arma per Silvano D’Ascanio, titolare dell’agenzia pubblicitaria Studio 1, a giudizio per sfruttamento della prostituzione.
Un processo tormentato: il blitz congiunto di polizia e carabinieri “Love’s house” è del 2007. Sotto sequestro finiscono le case di mezza Viterbo, specialmente in zona centro storico, ritenute alcove del sesso, con i proprietari che, secondo l’accusa, lucravano sugli affitti alle squillo, decisamente più alti della media. Cinque anni di dibattimento e ancora nessuna sentenza, neanche di primo grado. Ma il processo è al rush finale: ieri ultimo testimone della difesa, Daniele Califano, arrestato anche lui agli albori dell’inchiesta e uscitone con un patteggiamento (come molti altri indagati). Poi, la requisitoria del pm e le arringhe dei difensori.
La pubblica accusa distingue tre diversi livelli d’indagine. Il primo riguardava gli alloggi in genere, sparsi per tutta Viterbo e, in particolare, in centro storico. Un secondo livello stringeva, invece, il campo sullo stabile di via Cattaneo 48 C, all’epoca gestito da Califano e meglio noto come “palazzaccio”, proprio per la frequente attività di prostituzione che si svolgeva all’interno. Il terzo livello, infine, riguarda Studio 1 e gli annunci erotici delle squillo pubblicati dal Corriere di Viterbo. “Annunci che non reclamizzavano mai il ‘palazzaccio’ – dichiara il pm -, talmente noto da non avere bisogno di pubblicità. Per gli altri alloggi, invece, serviva. E le squillo ci hanno detto che potevano rivolgersi solo ed esclusivamente al Corriere di Viterbo, descritto come più ‘elastico’ sulle modalità di pubblicazione”.
Per l’accusa, le alcove del sesso venivano affittate a peso d’oro, con prezzi nettamente superiori a quelli di mercato. Quanto a D’Ascanio, per il pm, guadagnava una fetta importante del suo fatturato annuale, intorno al 30-40 per cento, grazie alle inserzioni delle squillo: si parla di 1000 euro di annunci al giorno, sopra i 300mila euro su base annua.
La difesa ribatte che era tutto regolare. L’agenzia faceva il suo lavoro: quello di raccogliere pubblicità. E se la prostituzione non è reato – come, in effetti non è -, non lo è neppure reclamizzarla. “D’Ascanio l’avrebbe favorita se fosse andato oltre i limiti delle ordinarie prestazioni che doveva offrire la sua agenzia: niente di tutto questo – ha spiegato il legale in aula -. Il prezzo degli annunci era congruo. I guadagni restavano solo per il 25 per cento a Studio 1, mentre la società editrice del Corriere di Viterbo incassava il resto. Le inserzioni venivano semplicemente portate e pubblicate. Erano un business solo perché erano tante”.
La richiesta della pubblica accusa è di 2 anni, 10 mesi e 6mila euro di multa per D’Ascanio. Quanto ai proprietari degli alloggi, il pm ha chiesto 2 anni, 5 mesi e 5mila euro di multa per uno e 2 anni, 2 mesi e 4mila euro di multa per un altro, mentre per altri due è stata chiesta l’assoluzione. A settembre la sentenza.
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