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Omicidio di Capodimonte - Il pm Petroselli smonta lo scabroso racconto della sodomizzazione fatto dall'imputato

“Melaragni sparò per uccidere”

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Settimio Melaragni

Settimio Melaragni

Daniela Nicoleta Hatmanu

Daniela Nicoleta Hatmanu

Il pm Renzo Petroselli

Il pm Renzo Petroselli

Omicidio di Capodimonte, Melaragni portato via dai carabinieri

Omicidio di Capodimonte, Melaragni portato via dai carabinieri

Omicidio di Capodimonte, Melaragni portato via dai carabinieri

Omicidio di Capodimonte, il pm Laura Centofanti sulla scena del delitto

Iil pm Laura Centofanti sulla scena del delitto

– Sodomizzato da una banda di ignoti malviventi. Con la sua donna che assisteva alla scena e, invece di aiutarlo, gli leccava la faccia in segno di sfregio.

La presunta violenza sessuale su Settimio Melaragni si arricchisce di particolari agghiaccianti. La notte da Arancia Meccanica che l’immobiliarista dice di aver vissuto il 13 ottobre 2007 è stata ripercorsa dal pm Renzo Petroselli ieri mattina, al processo con rito abbreviato conclusosi con la condanna di Melaragni a dieci anni e sette mesi, per l’omicidio della sua donna Daniela Nicoleta Hatmanu. Fatti che avvennero a Capodimonte, la notte del 31 gennaio 2008.

L’immobiliarista è tornato a difendersi tirando in ballo la rapina con stupro del 2007. Ma al pm Petroselli qualcosa non quadra. “Perché, la mattina dopo la violenza, quando è andato in caserma, non ha raccontato nulla ai carabinieri? Non dico dello stupro… ma almeno della rapina. Si è preoccupato solo di denunciare per furto la sua compagna di allora, la 40enne romena Melinda Zabo. L’ha accusata di aver partecipato alla rapina, di essere stata presente per tutto il tempo e di averlo schernito leccandogli la faccia. La mattina dopo, lei stessa lo ha svegliato per andare al lavoro. E lui? Se n’è andato tranquillo nella sua agenzia immobiliare come se niente fosse. Andando in caserma solo dopo e raccontando ai carabinieri mezze verità”.

Il rapporto conflittuale con la Zabo è una costante nella vita di Melaragni. Per averla accusata di aver organizzato la rapina, l’immobiliarista è stato arrestato di nuovo a maggio, per estorsione e calunnia. Lei lo lasciò e fuggì in Romania. Lui, per l’accusa, la costrinse a tornare, sotto la minaccia di diffondere alcuni suoi scatti osé. Lei tornò, ma poi scappò di nuovo. Proprio dopo la notte del 13 ottobre 2007.

Qualche settimana più tardi, un’intercettazione telefonica svelerà i rapporti tra Melaragni e il potente clan romano dei Casamonica. “E’ lui che chiede loro aiuto. Forse – domanda, allusivo, il pm – per farla pagare a Melinda che se n’era andata…?”.

La difesa è rimasta arroccata alle sue convinzioni di sempre. “La ex di Melaragni non è mai stata credibile”, sostiene l’avvocato Riziero Angeletti. E la traumatica notte del 13 ottobre sarebbe l’unico movente dell’omicidio: una paura folle di rivivere l’incubo. L’allarme antifurto che suona nel cuore della notte e Melaragni che, in preda al panico, prende la pistola e fa fuoco, accorgendosi solo troppo tardi di aver ucciso Daniela. Per la difesa è legittima difesa putativa: Melaragni era convinto di un pericolo che non c’era e ha agito nel panico.

Argomentazioni che non sono bastate ad assolvere l’immobiliarista. La decisione del gup è arrivata ieri pomeriggio alle 15,30: dieci anni e sette mesi di reclusione. Una pena meno severa di quella proposta dal pm (sedici anni più tre in libertà vigilata e senza attenuanti), ma che dimostra che il messaggio dell’accusa è passato: “Melaragni ha sparato per uccidere ed è una personalità inquietante”.

La difesa aspetta ora di leggere le motivazioni entro i prossimi novanta giorni. Poi, il ricorso in appello.


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1 ottobre, 2011

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