Viterbo – (g.f.) – 3 settembre 2017. Cinquant’anni dallo stop di Volo d’Angeli in via Cavour. Gloria è ancora al sagrato di santa Rosa, ma c’è già un’indicazione su cosa potrà ispirare il Sodalizio per il prossimo trasporto. Qualcosa di speciale.
Ricordare quella sera del 1967, comunque finita nella storia. Per ora solo un’idea. Appena accennata, ieri alla serata sotto la macchina. Dove protagonisti sono stati i racconti e i ricordi.
Quello di Silvio Cappelli è legato al 1967. Insieme a suo padre lungo il percorso. Ha anche conservato la fascia del servizio d’ordine.
“Il prossimo anno – dice Cappelli – saranno cinquant’anni. Vi dovrete inventare qualcosa, una girata, un doppio sollevate e fermi…”. Il presidente Massimo Mecarini lo ferma. Ovviamente sa della ricorrenza. Ci stanno già pensando.
Il sagrato di santa Rosa è pieno. La serata è speciale, nessuno l’ha voluta perdere. Si riaccendono i ricordi sotto Gloria. Quelli di tanti anni fa. Ci sono i protagonisti.
Manca Antonio Febbraro, avrebbe dovuto esserci. Unico facchino rimasto tra quelli che hanno portato la macchina fino a via Marconi nel 1952. Lo salutano a modo loro, Antonello Ricci e Pietro Benedetti della Banda del racconto, con un omaggio.
Maria Rita De Alexandris e Massimo Mecarini fanno gli onori di casa. Gli appuntamenti sotto la macchina sono stati organizzati dal Sodalizio, insieme alla consigliera comunale.
Una poesia di Ostelvio Celestini, poi via all’emozionante giostra della memoria.
Claudio Graziotti ne ha una montagna d’aneddoti da raccontare. “Sono entrano nel 1968 con Volo d’Angeli – ricorda Graziotti – l’anno prima si era fermata. Pesava e la prova di portata allora non si faceva”.
Almeno fino a quel momento, come gli ricorda Mecarini. “Fu istituita – continua Graziotti – con una cassetta da 150 chili. Si doveva passare sopra una palanca a 20 centimetri da terra, in equilibrio.
Ricordo che facemmo non una, ma cinque prove con la macchina. Prima solo con la base, poi base e primo troncone, poi tutta la macchina montata e l’aggiunta di sacchetti”. La storia della sirena sulla cassetta da sollevare a spalla. Suonava ogni volta che si muoveva. Ma faceva così tanto rumore che alla fine alla chiesa della Pace vennero i carabinieri.
“Dal 1968, sono rimasto in formazione fino al primo anno di Sinfonia d’Archi in formazione. Poi ho sempre fatto lo schiavo…”. Originale modo di definire l’addetto al trasporto. “Lui – ricorda Mecarini – per fortuna che c’è. È insostituibile”.
Lorenzo Celestini ricorda il suo esordio in formazione. Nel 1971, addetto al trasporto: “Portavo un estintore”.
La prima volta di Massimo Mecarini, invece, nel 1979. “All’epoca facevo il bagnino alle terme – ricorda il presidente del Sodalizio – mi presentai con gli zoccoli. La prova la feci scalzo, Nello Celestini però mi disse di tornare il giorno dopo con gli scarponi e rifarla. Fui preso, ma quell’anno dovevo partire per il militare.
Mi doveva arrivare la cartolina. Fortunatamente la chiamata era per l’11 settembre. Così ho avuto questo regalo, di poter esserci”.
Sandro Rossi, oggi capofacchino, dietro la macchina ci si è perso. “Ero piccolo e la stavo seguendo – ricorda Rossi – a un certo punto ho realizzato che il trasporto era finito e che eravamo a santa Rosa, perché la macchina era ferma.
Sono tornato verso casa dove i miei mi stavano cercando, non vi dico quante me ne hanno dette”.
L’ingresso in formazione, nel 1981. “C’era Nello e la prova me la fecero fare tre volte. Passava non si sa quanto tempo prima che ti dicessero se andava bene o no. All’improvviso, qualche giorno prima ti facevano sapere, fatti fare la divisa”. Voleva dire, ce l’hai fatta.
Sotto Gloria tante persone e altrettanti ricordi. Lucio Cappabianca, Giovanni Cesarini, Cencioni, Taratufolo e Antonio Riccio, antropologo che ha curato la catalogazione del progetto Unesco e raccolto le interviste integralmente nel progetto Unesco, autore del libro “Evviva santarosa”.
Altri racconti, stavolta narrati, sono quelli della Banda del racconto, sotto la macchina.
“Le serate trascorse con i facchini e il sodalizio sono state al tempo stesso un’emozione grandissima per quello che rappresentano – dice Antonello Ricci – e il riconoscimento da parte della città di un metodo che ormai da anni caratterizza il lavoro della Banda del Racconto: la narrazione di comunità.
Un metodo che proveremo a “insegnare” attraverso un master universitario che, organizzato dall’Università della Tuscia e previsto per il mese di gennaio, punta a definire la nuova figura professionale del narratore di comunità.
Per raccontare il territorio, le sue storie, culture e tradizioni e sviluppare anche nuovi percorsi lavorativi.
Serate, quelle volute e organizzate dal Sodalizio, fondamentali per la città. Per ricostruire e ritessere la storia di Viterbo attorno alla sua santa Rosa e al territorio cittadino.
Giornate meravigliose, di cui ringrazio il sodalizio e tutti i facchini. È stato un onore prendervi parte. Un onore per me e per tutta la Banda del racconto”.
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