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Casa di riposo lager a Gradoli - Il consulente Massimo Lancia al processo davanti alla corte d'assise - Tredici le morti sospette, otto le parti civili

“Inutile riesumare i cadaveri”

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L'aula della Corte d'Assise di Viterbo

L’aula della Corte d’Assise di Viterbo

Il pm Franco Pacifici

Il pm Franco Pacifici

L'avvocato Enrico Valentini

L’avvocato Enrico Valentini

 

Gradoli – (sil.co) – Ospizio lager di Gradoli, davanti alla corte d’assise tornano d’attualità le riesumazioni. Vecchio cavallo di battaglia della difesa, sono state ritirate fuori ieri dal pm Franco Pacifici, che ha chiesto al suo perito, il professor Massimo Lancia dell’università di Perugia, se potrebbero chiarire le cause delle morti. Ipotesi bocciata dal consulente: “Sarebbero poco utili, dopo tanti anni forse non si troverebbe più nemmeno il femore”. 

“Non se le riesumazioni fossero state effettuate subito, nel 2010”, secondo l’avvocato Enrico Valentini, che assiste il titolare della casa di riposo “Il Fiordaliso”, Franco Brillo. Non lo ha detto per caso. I difensori, in sede di udienza preliminare, avevano chiesto per i cinque indagati il processo col rito abbreviato condizionato alla riesumazioni dei cadaveri di 13 ospiti deceduti tra il 2009 e il 2010 nell’ex albergo vista lago. Era il 2014 e il gup Salvatore Fanti disse di no, perché già allora era passato troppo tempo. E così gli imputati sono finiti davanti alla corte d’assise, accusati della presunta morte per abbandono aggravato di incapaci di 13 persone. Sono i titolari della struttura, il noto imprenditore umbro del settore Franco Brillo, coi figli Maurizio e Federico; il medico di base orvietano Ugo Gioiosi; e la neuropsichiatra Lucia Chiocchi, responsabile del Dipartimento di salute mentale della Asl 7 di Siena. Otto i familiari che si sono costituiti parte civile. 

Gli ospiti, anziani non autosufficienti e pazienti psichiatrici anche di giovane età, sarebbero stati tenuti in locali non idonei, privi di riscaldamento, nutriti con cibi in scatola o scadenti, curati con medicinali scaduti, con un’inadeguata assistenza sanitaria. Sarebbe capitato, inoltre, che una stessa persona cucinasse, facesse le pulizie e somministrasse le terapie. Per il professor Lancia: “Le carenze di gestione possono avere avuto un ruolo sulla morte”. Nella struttura erano ospitati pazienti psichiatrici, anche sofferenti di schizofrenia cronica, e anziani: “I cosiddetti ‘grandi vecchi’, anche sopra i 90 anni e perfino uno sopra i cento anni. A quell’età, malnutrizione e patologie da raffreddamento sono più rilevanti”, ha detto il perito, che ha preso in esame la documentazione acquisita dai Nas relativa a 27 “pazienti”.

A molti non sarebbero state garantite cure mediche: “Un anziano è entrato con un’insufficienza renale ed è morto dopo un mese per blocco renale in ospedale. Non c’è traccia di terapie. Se fosse stato dializzato, forse sarebbe sopravvissuto alla patologia. Un’anziana è morta per embolia polmonare, aveva un femore rotto e non c’è traccia di profilassi contro l’embolia o di trattamento della frattura. Se fosse stata curata adeguatamente, forse sarebbe finita in un altro modo”. Per le difese la perizia del professor Lancia, basata sulla sola documentazione dei Nas, con annesse le sommarie informazioni rilasciate dai familiari e dal personale della struttura, è lacunosa: “Non si sa nemmeno se le patologie fossero antecedenti al ricovero nella struttura. Non è stato valutato il possibile nesso tra le patologie pregresse e la morte”. 

Il processo riprenderà fra pochi giorni, il 21 febbraio. Nel frattempo sono state calendarizzate dalla presidente Silvia Mattei anche le prossime cinque udienze, l’ultima nel gennaio del 2018.


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15 febbraio, 2017

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