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Corte d'assise - Ospizio lager di Gradoli - Parla il figlio di un'anziana rimasta per tre anni nelle case di riposo dei Brillo - Tra i testi della difesa un medico e tre infermiere

“Ma quale cibo scarso? Mia madre ha perfino rimesso la dentiera”

di Silvana Cortignani
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Un'aula di tribunale

VIterbo – Un’aula del tribunale

Gli avvocati Samuele De Santis ed Enrico Valentini

Gli avvocati Samuele De Santis ed Enrico Valentini

Il pm Franco Pacifici

Il pm Franco Pacifici

Gradoli – “Alla Fiordaliso mia madre ha perfino ripreso a utilizzare la dentiera”. Altro che cibo scarso.

Secondo il primo teste della difesa di Franco Brillo, al presunto ospizio lager di Gradoli l’anziana sarebbe rinata: “A casa si era ridotta a mangiare solo crema di riso, nella casa di riposo l’ho rivista mangiare gnocchi e pastasciutta. E si è perfino rimessa la protesi dentaria che non usava più”. 

Secondo il pm Franco Pacifici, gli ospiti, tra i quali molti non autosufficienti, avrebbero patito il freddo e la fame e non avrebbero avuto un’assistenza medica adeguata.

Per questo sono finiti a processo davanti alla corte d’assise, con la grave accusa di abbandono di incapaci in concorso aggravato dalla morte, i tre gestori della struttura ricavata in un ex albergo con vista mozzafiato sul lago di Bolsena. Franco Brillo e i figli Maurizio e Federico; il medico di base orvietano Ugo Gioiosi e la neuropsichiatra senese Lucia Chiocchi. Responsabili civili le Asl umbra e toscana d’appartenenza dei dottori. Parti civili i familiari di otto anziani deceduti nella struttura tra il 2009 e il 2010. 


“Cibo scarso? Mia madre ha perfino rimesso la dentiera”

Anni di idillio quelli descritti dal testimone. La madre, sofferente di demenza senile, tra la villa di Castel Giorgio e l’ex albergo sul lago di Bolsena, è stata ospite tre anni delle strutture gestite dalla famiglia Brillo.

“La trattavano benissimo, li devo ringraziare – ha esordito il figlio, interrogato dal difensore Enrico Valentini – mai una lamentela. Al contrario. Le dovevo dire: ‘Ma come? A loro gli dai i bacini, li abbracci, amore-amore; a me, che ti ho portato i dolcini, nemmeno mi saluti?’. A casa non era più gestibile, nemmeno con le badanti”.

Abbondanza di cibo e caldo. “C’era una bellissima stufa a pellet con davanti un divanetto. Quando andavo a trovarla la trovavo assopita, al calduccio, con la testa appoggiata sulla spalla di un altro anziano”, ha risposto il figlio a precisa domanda sul freddo del difensore Samuele De Santis.

Un quadretto che ha vacillato, per un momento, quando il pm Pacifici ha fatto presente che la stufa a pellet era a Castel Giorgio e non a Gradoli. “Era sempre caldo anche quando si sono trasferiti lì”, la replica. 


“Uno col vizio del cibo e uno del fumo, erano supervisionati”

Al centro dell’udienza, ancora una volta, la coppia composta da un portatore di handicap lucidissimo ma in carrozzina e uno schizofrenico, fisicamente sano come un pesce, in carico alla Asl di Abbadia San Salvatore, sul Monte Amiata, dove vivevano in un appartamento accuditi da una badante, poi giunti alla casa di riposo di Gradoli dopo il consiglio di trasferimento in una struttura residenziale.

Sempre insieme, perché da tutta una vita si aiutano l’un l’altro. Entrambi ex pazienti del manicomio di Siena, fanno parte dell’esercito dei tremila sfrattati, prima in casa famiglia poi da soli in un monolocale, dopo l’avvento della legge Basaglia.

“Il trasferimento in casa di riposo è stata una scelta dettata dalla difficoltà di proseguire il programma domiciliare – ha spiegato lo psichiatra Luca Canestri – dal momento che, di notte, quando non c’era nessuno con loro, quello dei due che aveva problemi di alimentazione incontrollata, mangiava un chilo di spaghetti conditi con un panetto di burro e beveva un’intera bottiglia di vino; mentre l’altro, col vizio del fumo, una volta è arrivato a fumare 120 sigarette, sei pacchetti, tutti in una notte, finendo ricoverato in coma a causa di una gravissima crisi respiratoria, Si è resa necessaria una supervisione, uno per il cibo e l’altro per le sigarette e a Gradoli c’era”. 


“Facevamo visite a sorpresa, era sempre tutto a posto”

Dal servizio di salute mentale dell’azienda sanitaria senese, sempre per le difese, sono giunte al tribunale di Viterbo una sfilza di infermiere professionali, sentite tre delle quali la presidente Silvia Mattei ha ritenuto sufficienti le testimonianze.  

In più occasioni, a sorpresa, avrebbero fatto visita ai pazienti di propria competenza, sia a Gradoli che a Castel Giorgio.

“Si andava a Gradoli senza preavviso – hanno spiegato le infermiere – per vedere se si trovavano bene nella villa e nell’ex albergo, verificare le condizioni di salute, portare i medicinali. Li abbiamo sempre trovati fisicamente bene, puliti, accompagnati dallo stesso Brillo al bar a prendere il caffè e fumarsi una sigaretta“. 

Fra meno di una settimana, giovedì 17 maggio, la prossima udienza. 

Silvana Cortignani

 


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11 maggio, 2018

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