Viterbo – “Condanne senza attenuanti”. Sei anni e mezzo per il gestore e un dottore umbro, cinque anni e due mesi per una neuropsichiatra toscana sono le pene chieste dal pm Franco Pacifici per la morte sospetta di tredici anziani ospiti di una casa di riposo della provincia di Viterbo.
Mano pesante da parte dell’accusa, che per Franco Brillo e due medici, tutti e tre imputati di abbandono di incapaci in concorso aggravato dalla morte, ha chiesto complessivamente una condanna a diciotto anni e due mesi. Chiedendo il non luogo a procedere solo per i due figli del gestore della casa di riposo “Il Fiordaliso” di Gradoli, per intervenuta prescrizione.
Tutta dedicata alla discussione del sostituto procuratore e dei legali delle otto parti civili l’udienza di ieri del processo in corte d’assise scaturito dalla morte sospetta di tredici ospiti della casa di riposo “Il fiordaliso” di Gradoli tra il 2009 e il 2010.
Abbandono aggravato dalla morte senza alcuna attenuante, secondo l’accusa, perché, durante il processo, a carico degli imputati, sarebbe emersa con chiarezza la prova della violazione, forte e dolosa, del principio obbligatorio di tutela della salute e dell’incolumità delle persone.
Per il pubblico ministero Franco Pacifici l’imprenditore umbro settantenne che gestiva la struttura ricavata in un ex albergo sulle rive del lago di Bolsena merita di scontare una pena di 6 anni e mezzo di reclusione. Stessa pena, 6 anni e mezzo, per il medico di base orvietano Ugo Gioiosi, cui la casa di riposo faceva riferimento, il quale, per il suo ruolo all’interno della Asl, avrebbe invece dovuto dire “fermi tutti” e sporgere denuncia. Cinque anni e due mesi, infine, la condanna chiesta per un’altro medico, la dottoressa toscana Lucia Chiocchi, del centro di salute mentale dell’ospedale di Nottola, in provincia di Siena, che ha inviato da Brillo pazienti psichiatrici dalla Asl di competenza, certificandone l’autosufficienza.
Una struttura, “Il fiordaliso”, nata per ospitare persone autosufficienti, ma che in realtà avrebbe operato come una Rsa, senza averne i requisiti, tanto che il Comune di Gradoli, tra il 2009 e il 2010, ne ordinò per ben due volte inutilmente la chiusura.
“La fattispecie dei reati di abbandono e abbandono aggravato dalla morte va inquadrata nella normativa di riferimento. Qui si parla di assistenza e attività sanitaria e di posizione di garanzia nei confronti di soggetti delle fasce deboli. Elemento costituivo del reato è qualsiasi azione oppure omissione che contrasti col dovere giuridico della posizione di garanzia e in una situazione di pericolo anche potenziale”, ha esordito Pacifici. Sottolineando subito come personale non idoneo possa già di per sé determinare una situazione di pericolo e come l’abbandono possa diventare concausa della morte e la morte aggravamento del reato di abbandono. “Qui si è accertata la non idoneità assoluta del personale, deve emergere la verità”.
Non ha parlato dei malati psichiatrici il pm: “Perché è vietato dalla Regione Lazio che possano risiedere anche in una casa di riposo autorizzata”. Ha parlato invece lungamente degli anziani: “Anche non autosufficienti, ospitati in una struttura consapevolmente abusiva, che non aveva ottemperato alle ordinanze di chiusura, che non aveva i requisiti, che esercitava abusivamente e dolosamente l’attività nonostante le ordinanze di sgombero”, ha detto Pacifici.
Nessun parere della Asl al momento della presa in carico, nessun piano personalizzato di assistenza all’ingresso, nessuna valutazione multidisciplinare all’uscita, nessun requisito minimo che rendesse la casa di riposo “compatibile” con una struttura autorizzata, secondo le prescrizioni della Legge Regionale 41/2003.
“Non c’era personale idoneo alla somministrazione di farmaci, neanche una cartella clinica – ha proseguito il pm – per non dire dei medicinali scaduti che abbiano sequestrato o delle temperature, che per legge non possono essere inferiori ai 20 gradi e superiori ai 28. Elementi questi di contorno”.
Al centro della discussione il nesso abbandono-morte: “La perita Maria Rosaria Aromatario ha sottolineato come anche la carenza o inidoneità possano determinare potenziale pericolo. Non risulta che la Fiordaliso abbia mai garantito assistenza medico-infermieristica, non risulta valutazione del rischio clinico dei pazienti, c’é una totale carenza di documentazione. Quando si parla di responsabilità del medici, valgono anche le omissioni. Se non vi sono percorsi alternativi che portano alla morte, allora significa che c’è colpevolezza”.
Pacifici ha quindi fatto l’esempio dell’anziana morta per una frattura al femore presente già al momento del ricovero. Di un altro paziente deceduto per patologie manifestasi abbondantemente prima della morte, per cui non era stato ricoverato. Di tutte le presunte vittime per cui sono state stilate le sole schede Istat.
Un breve passaggio per le accuse prescritte di appropriazione indebita di gioielli e di denaro di incapaci: “Dei preziosi – ha sottolineato Pacifici in chiusura – abbiamo trovato traccia nei compro oro”.
Il 12 luglio toccherà ai legali delle Asl di Siena e Terni responsabili civili e ai difensori degli imputati i quali hanno anticipato che, per accelerare i tempi, potrebbero anche depositare delle memorie. Nella stessa giornata è prevista la sentenza.
Silvana Cortignani
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