Gradoli – (sil.co.) – Morti sospette alla casa di riposo, in tre davanti alla corte d’appello di Roma.
Sarà la corte d’assise d’appello presieduta dal giudice-scrittore Giancarlo De Cataldo a decidere sul ricorso della procura della repubblica di Viterbo contro l’assoluzione in primo grado del gestore del “Fiordaliso” di Gradoli e di due medici della Asl imputati di abbandono di incapaci aggravato dalla morte di 13 ospiti nella struttura ricavata in un ex albergo con vista mozzafiato sul lago di Bolsena.
L’imprenditore Franco Brillo e i dottori Ugo Gioiosi e Lucia Chiocchi, rispettivamente di Orvieto e di Siena, sono stati assolti dalla corte d’assise presieduta dal giudice Silvia Mattei il 12 luglio 2018. Nell’autunno successivo, una volta uscite le motivazioni della sentenza, il pubblico ministero Franco Pacifici ha presentato ricorso.
Giovedì scorso si è tenuta una prima udienza interlocutoria, dopo di che il processo è stato rinviato al prossimo 16 febbraio, quando si deciderà sull’ammissione o meno delle istanze istruttorie che ha fatto il sostituto Pacifici.
Ddavanti alla corte d’assise di Viterbo è stato sentito, nell’udienza del 27 marzo 2018, anche il noto medico legale Maria Rosaria Aromatario, della Sapienza di Roma, incaricata dal tribunale di verificare il nesso tra il presunto stato di abbandono e la morte di tredici ospiti ultraottantenni della casa di riposo “Il Fiordaliso”.
Secondo il pm Franco Pacifici, avrebbero patito il freddo e la fame e non avrebbero avuto un’assistenza medica adeguata.
Le conclusioni del medico legale al processo di primo grado
La Aromatario ha preso in esame otto casi su tredici sospetti, attraverso le schede di morte Istat di quattro anziani deceduti nella casa di riposo e le cartelle cliniche di altri quattro, deceduti invece dopo il ricovero all’ospedale di Acquapendente.
Dei quattro morti in ospedale, uno soffriva di edema polmonare, un altro aveva un’aritmia cardiaca, un 88enne tre mesi prima era stato ricoverato in ospedale a Siena per un’ischemia e una malattia ematologica: “Ma non so di cosa sia morto”, ha spiegato la Aromatario.
“E’ impossibile stabilire se siano morti per cause naturali o altro. Tutti sono stati ricoverati in condizioni molto gravi, con patologie croniche e a volte non coscienti. Avevano bisogno di assistenza medico-infermieristica continua, già prima dell’aggravamento”, ha spiegato la consulente.
Nei casi dubbi si sarebbe dovuta disporre l’autopsia: “Manca la richiesta di indagini post mortem. Avere omesso certi accertamenti, ci impedisce di fare una valutazione. Una carenza censurabile”.
“L’arresto cardiocircolatorio non è di per sé una causa di morte”, ha sottolineato.
“Dai documenti – ha proseguito – non emerge che ci fossero sanitari a fornire un’assistenza continua. Le terapie prescritte erano però segno che serviva non monitoraggio costante, mentre le patologie acute richiedevano terapie non attuabili a domicilio”.
“Alcune patologie non erano visibili, come l’aritmia cardiaca indicata in un caso come causa di morte. Per questo serve una valutazione preventiva, al momento dell’accettazione in casa-alloggio. Le condizioni vanno valutate prima. Vanno accettate solo le persone che si possono assistere”.
“Un’anziana è giunta in ospedale con piaghe da decubito al quarto stadio, un altro in stato di grave denutrizione. Non sono stati adeguatamente assistiti”, ha ribadito la Aromatario.
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