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Bilanci di fine anno 2021 - Intervista al presidente di Confagricoltura Viterbo-Rieti Remo Parenti: “Dodici mesi da dimenticare a cui si aggiunge l'annoso problema dei cinghiali in provincia"

“Gelata d’aprile e siccità estiva hanno distrutto qualsiasi coltura, dimezzata la produzione di nocciole”

di Barbara Bianchi
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Viterbo – “Sono stati 12 mesi da dimenticare. Anche peggiori di quelli del 2020. La gelata di aprile, la siccità estiva hanno distrutto qualsiasi coltura fosse in atto in quel momento e generato danni anche in prospettiva. Alcuni noccioleti hanno ridotto di oltre il 50% la loro produzione”. Il presidente di Confagricoltura Viterbo-Rieti Remo Parenti traccia il bilancio del 2021. E fa il punto della situazione cinghiali e deposito nucleare nella Tuscia.


Remo Parenti

Remo Parenti


Che anno è stato il 2021 per l’agricoltura? 
“Il 2021 è stato l’ennesimo anno in cui gli effetti del cambiamento climatico si sono visti più evidenti. Sono stati deleteri per le nostre campagne. Mese dopo mese abbiamo assistito a un susseguirsi di eventi che hanno messo in ginocchio il settore. Mentre negli anni passati si assisteva a una avversità stagionale, quest’anno abbiamo avuto una serie di avversità meteorologiche. A inizio anno tantissima pioggia, poi a marzo e ad aprile vento di tramontana che ha essiccato tutto. Con la gelata, che diventerà famosa, del 9 aprile. Medie di -5, con punte di -10. Ha distrutto qualsiasi coltura fosse in atto in quel momento. Poi abbiamo avuto una siccità forte per tutta l’estate, che si è protratta fino a un mese e mezzo fa. Da un punto di visto di andamento colturali è stato un 2021 difficile. C’è poco da dire su quello che è andato bene o male, tranne poche e rare eccezioni, una gelata come quella di aprile ha colpito duramente tutta l’agricoltura”.

Dodici mesi da dimenticare, quindi?
“Dodici mesi da dimenticare. Anche peggiori di quelli del 2020 per alcune colture. Specialmente per le principali. Abbiamo avuto danni su tutti gli ortaggi e sugli alberi da frutta. Quest’anno nel Viterbese pesche, albicocche, ciliegie e tutta la frutta che matura a inizio estate e che di fatto rappresenta il territorio, è stata scarsissima. In alcuni casi non c’è proprio stata. Alcuni hanno fatto delle “non produzioni”, non raccogliendo neppure. In prospettiva la gelata ha colpito anche l’autunno, con noccioleti che hanno ridotto di oltre il 50% la loro produzione e con vigneti che hanno registrato produzioni a meno due cifre. Ci sono stati danni gravi ed è stata un’annata difficile. Ma siamo ottimisti”. 

Al di là dell’andamento colturale dovuto ai cambiamenti climatici, ci sono altri problemi legati al mondo dell’agricoltura che da tempo stanno danneggiando il settore. Tra tutti la massiccia presenza di cinghiali sul territorio…
“Assolutamente. Anno dopo anno, accanto alle difficoltà legate alla meteorologia, sempre più complicata è la convivenza tra agricoltura e fauna selvatica. Quello dei cinghiali è un problema annoso che andrebbe analizzato guardando un po’ più dall’alto tutta la situazione. Sono enormi i danni che i cinghiali recano alle nostre colture. È necessario e quanto mani impellente riequilibrare e contenere la loro presenza sul territorio. Non dico che si debba fare una strage di esemplari, ma vanno trovate soluzioni urgentemente. Si sta parlando, proprio i questi giorni, di un contenimento attraverso una vaccinazione che li renda sterili. Amo gli animali. Ma è indubbio che i cinghiali rappresentino un problema per l’agricoltura e per l’ambiente. Perché una loro presenza così massiccia come quella nel territorio di Viterbo, azzera qualsiasi tipo di biodiversità animale. Dove ci sono cinghiali sparisce tutto. Sparisce il fagiano, il leprotto, la quaglia. Il nido del passerotto. I cinghiali mangiano tutto. Sono affamati e fanno fuori tutte le altre specie animali che si trovano a competere con loro. Ma la competizione con i cinghiali non esiste. Occorre cambiare dunque la legge 157 che regola la caccia e la tutela della fauna selvatica. È una legge totalmente superata e vecchia”.

La Sogin ha inserito alcune aree della Tuscia all’interno della mappa delle zone potenzialmente idonee a ospitare il deposito nazionale di scorie e rifiuti nucleari. Cosa significherebbe per la nostra agricoltura? Quali sarebbero gli effetti sulle nostre produzioni e sul mercato?
“Cosa succederebbe? Sarebbe devastante. Un territorio come il nostro, che è rimasto fuori dallo sviluppo economico industriale del dopo guerra fino agli anni ’90, si è basato esclusivamente sull’agricoltura. Noi agricoltori siamo riusciti a fare, piano piano, un prodotto di qualità. Riconosciuto. Che gode di una certa fama sui mercati italiani e che adesso comincia e farlo su quelli internazionali. Abbiamo basato il nostro sviluppo sull’ambiente. Valorizzando l’agricoltura e il turismo. Siamo riusciti a nostro modo a valorizzare il territorio conservandolo e scommettendo sull’ambiente intatto e puro. Ora la forte prevalenza delle aree indicate dalla Sogin coinvolgono il Viterbese. Quello del deposito è più di uno spettro, la mia sensazione è che lo vogliano fare qui. Ci troviamo in una situazione paradossale. Prima lo stato non ha investito sul nostro territorio. Siamo rimasti fuori dalle infrastrutture. Siamo rimasti fuori dalla Cassa del mezzogiorno, mentre tutti intorno a noi l’hanno avuta. Ora si investe per danneggiarci ulteriormente e, credo, a titolo definitivo”.

Perché?
“Perché un deposito di scorie nucleari non ce lo togliamo per migliaia di anni. Qui sta, qui lo mettono e qui resterà per sempre. Si parla di scorie pericolose, di scorie di ex centrali nucleari che hanno radioattività lunga e intensa. Penso a quante centinaia di aziende agricole riescono a trasformare il loro prodotto e a venderlo anche attraverso la rete. Nel momento in cui si viene a sapere che qui c’è un deposito di scorie, mi chiedo perché un consumatore dovrebbe comprare l’olio di Viterbo se ha la fama di essere radioattivo, rispetto a quello umbro o toscano che invece non lo è. Sarebbe un colpo durissimo”.

Anche per la superficie agricola che verrebbe sottratta…
“Assolutamente. Il deposito sarebbe immenso. Stiamo parlando di circa 224 campi di calcio tutti messi insieme. Sarebbe questa la superficie occupata dal deposito. Per questo noi di Confagricoltura stiamo partecipando, stiamo all’interno del comitato Verde Tuscia per cercare di combattere una decisione che sarebbe estremamente distruttiva per la nostra provincia”.

Cosa si aspetta per il 2022 alle porte?
“Siamo ottimisti. Ci fanno paura le cose che non dipendono da noi. Ma non quelle su cui possiamo ancora dire qualcosa e fare la differenza. Come il deposito Sogin e l’andamento climatico. Su quest’ultimo, poi, siamo pronti a contribuire per la creazione e la produzione di energie rinnovabili. Cercando di conciliare l’agricoltura e i terreni che devono produrre cibo, con la necessità che il territorio faccia la sua parte in questa direzione. Sulle nuove tecnologie ci sono opportunità e prospettive interessanti. Così come sulla digitalizzazione dell’agricoltura. Siamo assistendo a una quarta rivoluzione industriale che potrebbe consentire una maggiore sostenibilità ambientale limitando gli input di chimica che ora si fanno e allo stesso tempo promuovere una sostenibilità economica per i produttori. Bisogna saper cogliere le opportunità. Come sindacato ci stiamo muovendo in questo senso, per fornire servizio di consulenza a tutte quelle aziende che vogliono usufruire e approfittare di questo tipo di opportunità. Di colture più razionali, più efficienti e più sostenibili”. 

Barbara Bianchi


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8 gennaio, 2022

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