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Bilanci di fine anno 2021 - Spettacolo - Intervista ad Alfonso Antoniozzi: "Eravamo i ricchi della situazione, adesso abbiamo difficoltà a portare la gente a teatro"

“Il mondo della lirica esce dal secondo anno di Covid straziato, affaticato e sconnesso”

di Daniele Camilli
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Viterbo – “Il mondo della lirica esce dal secondo anno di Covid straziato, affaticato e sconnesso”. Alfonso Antoniozzi è stato fino a qualche giorno fa consigliere comunale d’opposizione a palazzo dei Priori a Viterbo, ma è soprattutto un cantante lirico conosciuto a livello internazionale. Il mondo della lirica al centro dell’intervista, per un bilancio di fine anno. Con un accenno, sul finale, anche al futuro politico dopo le elezioni comunali di maggio. “Se divento assessore alla cultura – ha detto Antoniozzi – resto, altrimenti  aspetterò serenamente la pensione”.


Viterbo - Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Alfonso Antoniozzi


Antoniozzi, come se la passava la lirica prima del Covid?
“Eravamo i ricchi della situazione. Siamo sempre stati la branca che ha preso più soldi dal Fus. Anche se va detto che i finanziamenti del Fus non finiscono direttamente tutti in produzione. Pochi sanno che all’interno della Fondazione lirico sinfonica la voce produzione incide sul bilancio in maniera assolutamente marginale. L’80-85% sono spese vive del teatro. Attorno al 10%, quando va molto bene, sono invece i soldi che si impegnano per gli spettacoli”.

Come esce invece da questo secondo anno di pandemia?
“Il mondo della lirica esce dal secondo anno di pandemia straziato, affaticato e siamo ancora tutti piuttosto sconnessi. Stiamo ancora provando tra mascherine e tamponi, consci che, quando siamo in palcoscenico e nonostante i dispositivi di sicurezza, se qualcuno ti sputa addosso il virus rischi di prendertelo lo stesso. Abbiamo poi una spada di Damocle sul collo pericolosissima: se qualcuno di noi risulta positivo, tutto il cast va in quarantena e salta la produzione. Il pubblico non vede lo spettacolo e nessuno di noi incassa un euro. In alcune realtà ho notato inoltre una grossa difficoltà da parte del pubblico a rientrare in teatro, che era quello che temevamo di più con le chiusure. Non succede dappertutto, ma la cosa è diffusa”. 

E questo, secondo lei, a cosa è dovuto?
“Innanzitutto larga parte del nostro pubblico non è composta da adolescenti, ma da fasce della popolazione più deboli e fragili che hanno avuto più perplessità ad esporsi dopo l’inizio della pandemia. E questo nonostante il nostro mondo non abbia mai abbandonato i dispositivi di sicurezza. Il nostro settore ha sempre lavorato con mascherine e disinfettanti. Spero che le persone possano tornare ad abituarsi al teatro. Anche se il modo di congegnare il spettacoli, rispetto a prima, va ripensato. Se avessimo i meccanismi dell’opera di stato, come in Germania, che si fa interamente carico dell’offerta culturale, la cosa sarebbe diversa. Consentirebbe anche di calmierare i biglietti di platea”.

Quanto costa un biglietto di poltrona?
“Un biglietto di poltrona parte da 50 euro a persona. E in questo momento di grossa difficoltà finanziaria che sta colpendo in maniera atroce soprattutto la classe media, se non vengono abbassati i prezzi dei biglietti, il nostro pubblico di riferimento, colpito appunto dalla crisi economica, difficilmente lo vedremo tornare in teatro”. 

Quanti soldi fa girare la lirica?
“E’ molto difficile comprenderlo. I soldi che fa girare la lirica non sono unicamente legati al meccanismo vendita biglietti uguale paghe per gli artisti. E’ un circolo molto più vasto perché lavorano le sartorie, i laboratori di scenotecnica, le ditte di appalti esterni e l’apparato turistico che ci sta attorno. I grossi centri di produzione lirica in Italia e nel mondo muovono un’economia che va dalla signora che si compra l’abito perché va alla prima alla coppia che poi si ferma a cena fuori fino alla spettacolo di produzione vero e proprio. Non è facile quantizzare, ma è un meccanismo che muove una parte importante del Pil”.


Milano - Alfonso Antoniozzi in scena nella Tosca alla Scala

Milano – Alfonso Antoniozzi in scena nella Tosca alla Scala


Quanto guadagna un cantante lirico?
“Un cantante lirico guadagna come un libero professionista. A seconda del livello di carriera, del tipo di professionalità che offre e del tipo di risposta che ha nei confronti del mercato. Bisogna poi partire dal presupposto che noi siamo pagati a recita”.

Che significa essere pagati a recita?
“Significa che percepiamo soldi come prestazione unica la sera della recita. Se un cantante prende 10 mila euro per 5 spettacoli, ciò vuol dire che metterà in tasca 2 mila euro per ogni spettacolo. Noi stabiliamo la nostra prestazione a recita”.

E con i teatri chiusi a causa del Covid come avete fatto?
“La pandemia ha portato al pettine un nodo lavorativo fondamentale. Il nodo del periodo di prove. Non vedendo riconosciuto alcun pagamento per il periodo di prove, perché il nostro contratto lo prevede solo per la recita, ecco che saltando gli spettacoli sono saltati anche i nostri cachet. Chiusi i teatri, i giorni di prova che hanno portato a una recita che non c’è stata, non sono stati pagati. Questo è il problema. C’è una categoria di lavoratori che lavora per 20 giorni ma se non arriva a recita per un qualsiasi motivo non viene pagata. E può essere qualsiasi motivo. Non solo il Covid, ma anche un raffreddore, un incidente, la perdita di voce per quella sera. E le spese per le prove, non avendo una diaria giornaliera, sono tutte a nostro carico. Partendo da questa situazione, i sindacati si stanno muovendo per fare qualcosa. Per mettere mano a questa situazione e prevedere anche degli ammortizzatori sociali che noi artisti non abbiamo. La pandemia per noi è stata nera. Per questo servono anche sostengo a livello locale per le associazioni da parte dei comuni. Perché quelli del governo sono stati e sono insufficienti. Sono sopravvissuti solo i dipendenti delle fondazioni lirico sinfoniche. I liberi professionisti sono stati abbandonati a se stessi”.

La parte artistica, i liberi professionisti della lirica sono tutelati da qualche categoria sindacale oppure no?
“No. Sta facendo qualcosa la Cgil. Ma è ancora molto difficile far passare una mentalità sindacale all’interno di una libera professione dove è stato alimentato il meccanismo del cane mangia cane. Il sindacato è invece a tutela di tutti. E affinché tutti si possano tutelare è necessario che qualcuno rinunci ai propri privilegi”. 

Che tipo di mobilitazione sindacale può mettere in campo un artista?
“Noi non possiamo fare niente. In America c’è un sindacato di categoria molto forte. Si chiama Acma, negozia i contratti e si prende cura dei diritti degli artisti. In Italia siamo ancora cani sciolti. E se il giorno della recita decido ad esempio di fare sciopero poi non vengo pagato. Se avessi la possibilità di dividere il globale che guadagno in periodo di prove e recite, posso anche permettermi di fare sciopero e tutelare i miei diritti. Se invece resta tutto fermo come è, questo diritto io non ce l’ho, nonostante sia tutelato per tutti dalla Costituzione. I nostri contratti sono sbilanciati in favore solo dei datori di lavoro”. 

Ci può fare degli esempi?
“Abbiamo l’obbligo di presenza, l’impossibilità di cantare a 200-250 chilometri di distanza dalla recita che dobbiamo fare per due o tre mesi prima dello spettacolo e dopo le rappresentazioni, cediamo poi in maniera globale e collettiva tutti i diritti. Dopodiché, in caso di inadempienza da parte nostra andiamo incontro a una penale. Invece, se per causa di forza maggiore non si fa una recita, vedi Covid, noi non vediamo un euro. Se avessimo potuto mantenere le royalties su streaming e riprese televisive forse molti di noi non avrebbero avuto bisogno di alcun sostegno in questi due anni di pandemia”.


Viterbo - Il concerto di Natale al teatro dell'Unione

Viterbo – Teatro dell’Unione


Come si diventa cantante lirico di professione?
“Si studia e poi ci sono una serie di possibilità. La più diretta e facile è fare dei concorsi internazionali seri che diano la possibilità di andare in scena e che questa messa in scena sia seguita dalla stampa o da direttori artistici e agenzie di rappresentanza. Questa è la via più solida”. 

Tenuto conto di quanto accaduto, cosa cambierà nel mondo della lirica in futuro?
“Innanzitutto il mondo della lirica sopravviverà, perché è appunto il ‘Mondo’ della lirica. Una realtà internazionale che ha secoli di storia alle spalle. C’è poi una grossa fame di lirica nelle economie che stanno esplodendo, come quella della Cina”.

Sopravviverà anche in Italia?
“Questo francamente non so dirlo”.

Quale è invece la situazione della lirica “viterbese”?
“Una volta a Viterbo venivano degli impresari di giro che, pagati dal comune, portavano lo spettacolo. Il teatro dell’Unione non ha mai prodotto niente. Adesso, però, gli impresari di giro non esistono più. Quindi un teatro come quello dell’Unione, che non è produttivo e non ha una merce di scambio da mettere su piatto, difficilmente un’opera lirica potrà venire fuori da questa città. E questo anche perché un’opera lirica costa tanto. Almeno 4 mila euro al giorno solo d’orchestra, senza considerare tutto il resto. Date queste premesse, secondo me, con un teatro dell’opera a Roma, a meno di 100 chilometri di distanza, avrebbe più senso parlare con questa realtà, per un’operazione di decentramento degli spettacoli di stagione, piuttosto che produrre qualcosa. Sviluppando infine delle sinergie dal punto di vista dello sbigliettamento e di interscambio turistico e culturale tra le città di Roma e Viterbo. Cosa diversa se avessi un teatro funzionante e produttivo. A quel punto uno potrebbe pensare anche di produrre un’opera. Ma così non è”.

Come è stato infine il suo personale 2021 e come sarà il 2022?
“Personalmente, insegnando in conservatorio, fortunatamente non ho subito tutte le conseguenze economiche che hanno invece dovuto sopportare molti miei colleghi. Ho fatto anche cose molto belle a teatro, sia come cantante che come attore. Il 2021, per me, è stato sicuramente migliore del 2020 quando la situazione è stata veramente nera. Come sarà il 2022 lo potrò dire soltanto a maggio, dopo le elezioni comunali qui a Viterbo. Sono consigliere comunale uscente e probabilmente mi ricandiderò anche alla prossima tornata con l’obiettivo di fare l’assessore alla cultura. Se a maggio le cose si dispongono in modo che la città dovesse ancora aver bisogno del mio tempo e della mia permanenza qui, allora dovrò ripensare a tutto. Resta comunque la mia cattedra di conservatorio”. 

Quindi, se a maggio diventerà assessore alla cultura continuerà a fare politica, altrimenti non più?
“Se diventerò assessore credo che per il tempo a mia disposizione sarà molto limitato. Quindi non potrò pensare di andarmene 40 giorni per una produzione lirica lasciando un assessorato per aria. Se poi non dovessi diventare assessore, continuerò a fare quello che sto facendo adesso”.

Ossia?
“Mantenere una cattedra in conservatorio, andare in teatro quando il progetto mi piace e aspettare serenamente la pensione che, se non mi spostano di nuovo la soglia, conto prima o poi di incassare”.

Daniele Camilli 


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7 gennaio, 2022

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