Viterbo – “Bisogna pensare ai poveri in un’ottica di lavoro di comunità. Se non diamo vita a una città accogliente, inclusiva e in grado di ragionare insieme sugli spazi per le persone e il tema educativo, difficilmente usciremo dalla profonda crisi che stiamo vivendo. Non è un’utopia, ma uno stile di vita e di lavoro che sono ormai necessari. Non serve assistenza, ma condivisione. Consapevoli che dietro ad ogni povertà, c’è sempre un’ingiustizia sociale”. Intervista di bilancio di fine anno con il direttore della Caritas di Viterbo Luca Zoncheddu. Una fotografia della povertà nella città dei Papi.
Viterbo – La mensa della Caritas
Zoncheddu, quale è il bilancio della Caritas diocesana di Viterbo al termine di questo secondo anno di Covid?
“Innanzitutto c’è stato un cammino molto importante da parte della Chiesa rispetto a quello che vuol dire oggi stare accanto ai poveri. Un cambiamento significativo che sta andando di pari passo anche con l’emergere dei nuovi poveri, anche in termini numerici. Un povero su tre chiedono aiuto alla Caritas per la prima volta”.
Chi sono i nuovi poveri cui fa riferimento?
“I nuovi poveri sono le donne, gli italiani e persone che portano con se una povertà legata alla famiglia, cioè una povertà che incide sui minori che ad oggi rappresentano il 13,5%, ossia più di un milione, delle persone in povertà assoluta in Italia. Ma la cosa più significativa è che tra i nuovi poveri, e questo vale anche per Viterbo, troviamo anche chi, fino a poco tempo fa, era dall’altra parte della barricata. Persone che spesso ci davano aiuto, dei veri e propri benefattori che venivano a sostenere le opere di carità. Per entrare in un percorso di vulnerabilità basta poco e la povertà e legata a moltissimi fattori, non soltanto a quello economico”.
Chi era il povero prima della pandemia?
“Era essenzialmente una persona fortemente emarginata con una prevalenza di stranieri immigrati, soprattutto dell’Est e dell’Africa. Molte erano le famiglie, mentre le problematiche riguardavano tutti i settori. Dalla casa al lavoro ai bisogni più semplici. Il povero oggi è invece il vicino della porta accanto. Basta che intervenga un fattore, non necessariamente economico, a sconvolgerne la quotidianità che quella persona te la ritrovi in povertà. Abbiamo anche un tipo di povertà organizzativa. Persone che hanno le risorse economiche ma non hanno una progettualità di vita, anche gestionale. Cosa che le porta poi a vivere una condizione di precarietà”.
A quali fattori è legata la povertà delle persone in un contesto come Viterbo?
“Dobbiamo innanzitutto partire dal presupposto che non possiamo misurare la povertà solo con l’indice del bilancio. Ci sono anche altri fattori molti importanti. Come ad esempio il fattore casa. Il tema abitativo ha una grandissima incidenza sulla gestione della propria quotidianità. C’è poi il tema del lavoro. Alcune realtà, come quelle legate al piccolo commercio, ad esempio alcuni bar, ci stanno chiedendo aiuto. Perché tra le tasse e tutto quello che comporta l’amministrazione dell’azienda non riescono a sostenere nemmeno le spese. C’è anche il tema legato alla salute. Basta una condizione di gravità di salute e di impossibilità di accedere alle cure e si rischia di precipitare in povertà. Perché a volte non si può più continuare a lavorare, quindi a guadagnare, e si devono sostenere delle spese a volte piuttosto elevate. C’è inoltre il fattore spesa i cui costi, in questa fase, hanno subito un rincaro importante. Un’altra area, è quella della giustizia sociale. Persone che si trovano senza fissa dimora e documenti. Un’area in cui ricadono soprattutto gli immigrati. Molti sono venuti da noi perché, nonostante avessero fatto il vaccino, non potevano beneficiare del Green pass perché privi di documenti di identità. Persone che non avevano diritto a vivere una vita normale per una questione di giustizia sociale”.
Come si struttura la Caritas sul territorio?
“La Caritas è un’espressione della Chiesa. Vuole quindi essere una comunità che viene una relazione di prossimità con le persone. La prima preoccupazione della Caritas non è quella di assistere ma di abitare una relazione, cioè creare dei processi e delle condizioni di incontro con le persone per accompagnarle lungo un cammino che gli permette di uscire dalla povertà. La rete Caritas parte da centri di ascolto parrocchiali fino ad arrivare al centro di ascolto diocesano e ai servizi essenziali che offriamo alla cittadinanza, come la mensa e il dormitorio oppure basati sulla relazione sociale come possono essere gli orti sociali o il centro di distribuzione alla Quercia che raccoglie gli aiuti alimentari che poi vengono distribuiti alle famiglie. Uno di questi, durante le festività natalizie, è stato quello della Fai Cisl mettendo insieme tante aziende agricole portando aiuti che sono stati distribuiti alle parrocchie di Viterbo. Quindi cuore nella relazione e cuore nell’incontro con le persone perché quello che proponiamo è innanzitutto un incontro umano. La gente ci chiede di essere ascoltata e considerata, e il primo supporto che dà la Caritas è un supporto di relazione”.
Come si distribuisce invece sul territorio?
“Il territorio è tutto quello della diocesi, dove la Caritas si struttura attraverso le parrocchie. Le parrocchie della diocesi sono in tutto 65 e la metà di esse hanno un centro di ascolto. Alcuni hanno anche una bella capacità di accoglienza, soprattutto nelle città più grandi. A Viterbo ci sono poi 7 Caritas parrocchiali lungo tutta la città: dalla Quercia alla Verità fino alla Sacra Famiglia e al Murialdo. In tutte queste parrocchie Caritas vuole essere una comunità che accoglie, l’altra nuova dimensione su cui ci stiamo formando nell’idea che la carità non è una cosa che si fa da soli, ma è espressione di tutta una comunità. Una progettualità in cui si sperimenta l’importanza di accompagnare le persone non solo con gli aiuti materiali ma anche un aiuto in termini di relazione e di inserimento sociale. Vere e proprie comunità di vita al di là delle dinamiche di assistenza pure e semplice. La sfida di Caritas è abitare la relazione e promuovere progetti di comunità. Queste sono le due chiavi di lettura che ci tolgono dalla trappola di considerare l’altro come un assistito piuttosto che come un fratello con cui camminare insieme. Infine ci sono i servizi e la loro distribuzione sul territorio, in prevalenza su Viterbo. Ad esempio, mensa, dormitorio e il centro di ascolto diocesano che apriremo al Sacrario. Alla Quercia c’è il centro di distribuzione di aiuti alimentari che serve più di 70 realtà in tutta la Tuscia”.
Viterbo – Il direttore della Caritas Luca Zoncheddu
Come si configura la povertà a Viterbo?
“L’età media dei poveri a Viterbo va dai 18 ai 65 anni. Di fatto, tutte le fasce di età, divise a metà tra i 18 e i 45 e tra i 46 e i 65. Sono aumentati gli italiani. Prima al di sotto del 30%, adesso rappresentano invece il 40% dei poveri. Di questi, più della metà ha chiesto aiuto per tutta la famiglia. E uno su tre si è presentato alla Caritas per la prima volta. Il bisogno più importante è quello del lavoro, segue poi il problema abitativo. Molti hanno anche bisogno di essere orientati anche sulle misure di contrasto alla povertà. In termini di supporto, molti accettano volentieri gli aiuti alimentari, altri chiedono aiuti per bollette, affitti e medicinali. Abbiamo anche ampliato il lavoro con l’ospedale, dove si intercettano le persone senza fissa dimora, e con le politiche sociali del comune. Quest’anno si aprirà anche il discorso del piano sociale con i livelli di assistenza sociale che riconoscono a tutti il diritto di cittadinanza. Quindi anche il diritto di avere un progetto e un programma di cura. Sarà dunque necessario costruire percorsi sempre più istituzionali tra Asl, comune e terzo settore”.
Come fa la diocesi, che non è terzo settore, ad entrare in questo tipo di percorso?
“La Chiesa non è terzo settore. Per gestire la Caritas abbiamo infatti costituito una cooperativa come braccio operativo proprio per sviluppare processi di accompagnamento delle persone a livello sociale per garantirgli i livelli di assistenza, che sono un diritto tanto quanto quelli di assistenza sanitaria. Una riforma che sta avvenendo soprattutto in questo momento con il discorso del Pnrr. Una sfida molto importante, perché comuni e regioni avranno più soldi rispetto a quello che riusciranno a spendere. E qui sta la grande sfida in termini di amministrazione. Su questo anche noi ci stiamo formando e informando, acquisendo competenze tecniche per sviluppare piani di contrasto alla povertà che non diventino piani assistenziali e basta ma veri e propri diritti all’interno di servizi strutturati”.
Quanto investe la Caritas diocesana per il contrasto alla povertà?
“La diocesi di Viterbo investe ogni anno cifre molto importanti che vanno oltre i 600 mila euro. Di questi, 400 mila euro sono destinati alla Caritas e 200 mila alle parrocchie a seconda delle richieste. Durante il Covid ci sono stati anche degli aiuti straordinari da parte della Cei dando supporti economici per le famiglie molto importanti. Dopodiché da un paio d’anni partecipato anche a delle progettualità per incrementare il budget a disposizione. Il vescovo ha inoltre firmato delle convenzione con una trentina di aziende agricole per creare posti di lavoro per le persone che chiedono aiuto”.
Viterbo – Mensa Caritas
Quanti sono i poveri a Viterbo in percentuale sulla popolazione?
“Questo non glielo so dire perché non abbiamo ancora attivo il programma Caritas che ci permette di ricavare questo dato oggettivamente. Per quanto riguarda la Caritas, le persone che si sono rivolte alla Caritas diocesana sono state circa 700 in un anno. Nelle parrocchie di Viterbo siamo arrivati anche a una settantina di persone. Nelle parrocchie di provincia arriviamo a 40. Nella maggior parte dei casi si tratta di nuclei famigliari. Quindi dietro a una persona ce ne sono altre tre. Facendo un calcolo rapido, solo a Viterbo si rivolgono alle strutture Caritas circa 1200 persone, di queste, la metà vengono in nome e per conto di intere famiglie. Dati approssimativi che però non tengono conto di altre realtà, come ad esempio l’Emporio solidale e la Croce Rossa, così come tutta la rete delle associazioni che lavorano sul territorio”.
Quali sono i quartieri di Viterbo che più di tutti vivono una condizione di povertà?
“Le zone dove si riscontrano i casi più evidenti di povertà sono quelle di San Faustino e Santa Barbara. Anche se il concetto di povertà va sempre analizzato in rapporto a una situazione di fragilità. Non ci sono più quartieri Bronx e quartieri ‘per bene’. La povertà oggi è sostanzialmente trasversale a tutto quanto il contesto urbano e colpisce anche famiglie che fino a qualche tempo fa vivevano una situazione profondamente diversa. Questo sposta l’approccio alla povertà da un piano topografico a un piano che si concentra di più sulla relazione. Santa Barbara raccoglie inoltre, soprattutto per quanto riguarda il vestiario, tutto un flusso che viene dalla Teverina. Persone di cui non abbiamo una tracciabilità precisa”.
Una povertà che, rispetto al passato, colpisce più il mondo del lavoro che quello dell’emarginazione sociale…
“Sì. La fragilità ha aumentato la forbice tra le realtà sociali. Con un abbassamento della soglia di povertà sia relativa che assoluta. Così come, al contrario, ha visto i ricchi diventare sempre più ricchi”.
Quindi, avere un lavoro oggi non tutela più dal precipitare in povertà…
“No, avere un lavoro non tutela più dalla povertà. Quelli che contano sono anche altri fattori di vulnerabilità, a partire dalla qualità delle relazioni che uno vive. Uno può avere anche il lavoro, ma se all’improvviso arriva un problema abitativo o di salute ed ecco che una persona non è più protetta e il mutuo per la macchina nuova che ha contratto gli si ripercuote contro. Il margine di risorse per la gente si è ridotto così tanto che adesso sono in tante le persone a rischio povertà”.
A maggio si andrà di nuovo al voto per eleggere sindaco e consiglio comunale a Viterbo. Che suggerimento dai a chi si vorrà candidare per la città?
“Gli direi che è arrivato il tempo di pensare ai poveri in un’ottica di lavoro di comunità. Quindi, chiunque abbia una responsabilità politica ha il dovere di implementare processi partecipativi con il coinvolgimento del terzo settore, del volontariato e di tutte le forze sociali che operano nell’ambito della prossimità. Un lavoro fondamentale non solo a livello etico, ma anche politico. Perché il tema della governance di una città è in mano all’ente locale. Lo stesso Pnrr si concentra molto sulla coprogettazione. Pertanto, dalle elezioni, mi aspetto un’amministrazione capace di vivere sempre di più questi processi in un’ottica partecipativa e di promozione della comunità attiva. Il tema della povertà non è solo una questione di amministrazione economica dei fondi, ma anche di sviluppo di modelli sostenibili nel territorio. Processi che non devono essere improntati sull’assistenzialismo ma su reti solidali che reggono nel tempo e favoriscono processi integrativi. Se non diamo vita a una città accogliente, inclusiva e in grado di ragionare insieme sugli spazi per le persone e il tema educativo difficilmente usciremo dalla profonda crisi che stiamo vivendo. Non è un’utopia, ma uno stile di vita e di lavoro che sono ormai necessari. Non assistenza, ma condivisione. Consapevoli infine che dietro ad ogni povertà, c’è sempre un’ingiustizia sociale”.
Daniele Camilli
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