Tribunale - Lo ha sostenuto la difesa del boss di mafia viterbese - Col fratello David è accusato di aver minacciato due imprenditori per farsi dare 9mila euro
di Silvana Cortignani

Il blitz in cui, a novembre 2019, a Tuscania, è stato catturato David Rebeshi (nel riquadro il boss Ismail)
Viterbo – “Se non ci avessero voluto mettere dentro Ismail Rebeshi come mandante a tutti i costi, per poi contestare a tutti l’aggravante del metodo mafioso, gli arresti del fratello e dei tre connazionali si sarebbero risolti con un processo per direttissima”. Lo ha detto e ribadito più volte nel corso della discussione di ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini l’avvocato Roberto Afeltra del foro di Roma, difensore del boss Ismail e del fratello David nel processo per estorsione con metodo mafioso ai danni di due imprenditori viterbesi, un ristoratore e un commerciante di automobili, uno e di quali parte civile con l’avvocato Luigi Mancini.
I fatti risalgono al 26, 27 e 28 novembre 2019 quando, dalle vittime, i Rebeshi e i tre connazionali complici, già condannati in primo e secondo grado, avrebbero preteso complessivamente attorno ai 9mila euro.

Il difensore Roberto Afeltra
La sentenza, già rinviata diverse volte, è slittata ancora, al 15 novembre, salvo imprevisti. Nel frattempo Afeltra, cui per motivi tecnici è stata concessa un’ora, ha speso il suo tempo per difendere il boss detenuto a Cuneo in regime di 41 bis, per associazione di stampo mafioso nell’ambito di mafia viterbese, collegato in videoconferenza dal carcere con l’aula 7 della sezione penale del tribunale di Viterbo così come il fratello.
Nel frattempo, su richiesta della difesa, il tribunale ha acquisito tutte le mail inviate da Ismail Rebeshi a David dal carcere di Mammagialla dal 28 dicembre 2018, quando è stato arrestato per traffico di stupefacenti in Sardegna, al 13 febbraio 2019, quando, meno di un mese dopo i 13 arresti dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019, il boss di mafia viterbese è stato trasferito in un supercarcere del settentrione proprio perché, secondo gli inquirenti, continuava a dare ordini dal carcere.
“C’è una sola, singola mail, dell’11 febbraio 2019 – ha detto Afeltra – in cui Ismail dice ‘fratello c’è da recuperare 5mila euro per una macchina usata che ho comprato’, spiegandogli che è la macchina fallata che gli ha venduto un commercialista dandogli una fregatura, in quanto non ha mai avuto né la disponibilità dell’auto, né indietro i soldi che aveva speso”.
“Non c’è altro – ha proseguito Afeltra – non ci sono direttive successive, del tipo ‘visto che non ti ha dato i soldi, minaccialo di morte’. Per il pm Fabrizio Tucci, che ha voluto tirarlo in ballo per forza, Ismail è il mandante di una estorsione con metodo mafioso. Peccato che non sia emersa prova né del metodo mafioso, né che Ismail abbia detto al fratello di riscuotere il credito con le cattive, se non ci fosse riuscito con le buone”.
Il legale ha ripercorso per lungo e per largo la carriera “criminale” del boss Rebeshi, dalla condanna per la spendita di una banconota falsa da 10 euro a Viterbo a quella per droga a Cagliari, passando per mafia viterbese e per i numerosi procedimenti per traffico di stupefacenti e spaccio ancora in corso o in attesa dei successivi gradi di giudizio.
“Non vi racconterò che Cristo è morto di freddo, ma Ismail non ha mai detto ‘andate e minacciate di morte e di incendio Tizio e Caio”, ha anticipato prima di ricordare il curriculum vitae dell’imputato, Afeltra, incline a usare motti della saggezza popolare per arrivare a bomba.
Ma guai a dire che Ismail è “pericoloso”. “Ritenerlo ‘pericoloso’ è calunnioso, non è mai venuto nessuno a dire di avere paura di lui, neanche le parti offese di questo processo, men che meno ha paura di lui ‘tutta la comunità albanese'”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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