Il blitz del 2019 a Tuscania – Nei riquadri i fratelli David e Ismail Rebeshi
Viterbo – Mafia viterbese bis, assolto il boss d’origine albanese Ismail Rebeshi. Per il collegio, il 39enne non fu il mandante dal carcere di alcuna estorsione con metodo mafioso per recuperare soldi da due imprenditori. E’ stato invece condannato a 5 anni di reclusione, 1200 euro di multa e all’espulsione dall’Italia una volta scontata la pena il fratello minore David, 33 anni. Ma è caduta l’aggravante del metodo mafioso.
Sempre David, inoltre, è stato condannato dal collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini a versare un risarcimento di duemila euro a una delle due parti offese, il ristoratore che si è costituito parte civile con l’avvocato Luigi Mancini. Per David Rebeshi, nonostante la condanna per estorsione, come detto, è inoltre caduta l’aggravante del metodo mafioso. Per Ismail, invece, il proscioglimento, chiesto dal difensore Roberto Afeltra, è arrivato con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.
Sono pronti a ricorrere in cassazione, nel frattempo, i tre connazionali presunti complici dei fratelli albanesi, condannati per gli stessi fatti – risalenti al 26, 27 e 28 novembre 2019 – a 8 anni e 4 mesi in secondo grado, col riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso.
Il pubblico ministero Fabrizio Tucci, lo scorso 7 giugno, aveva chiesto la condanna a dodici anni e mezzo di reclusione ciascuno per entrambi i Rebeshi, più una multa di novemila euro. I Rebeshi hanno assistito all’ultima udienza, come sempre, in video collegamento dalle carceri di Vicenza e Cuneo, dove Ismail sta scontando al 41 bis la condanna a 12 anni e 9 mesi in secondo grado per associazione di stampo mafioso per l’operazione Erostrato, in attesa dell’udienza in cassazione di gennaio.
Il boss, secondo l’accusa, sarebbe stato il mandante dal carcere dei presunti tentativi di recupero crediti, messi a segno dal fratello David assieme a tre complici anch’essi albanesi, ai danni di un commerciante di auto a Monterosi e di un ristoratore a Tuscania, che sarebbe stato minacciato di bruciargli il locale e di ammazzare lui e la famiglia.
Il fratello minore di Ismail e i connazionali furono arrestati a Tuscania il 28 novembre 2019, quando sono caduti nella trappola tesa loro dai carabinieri cui aveva chiesto aiuto il ristoratore.
Il difensore dei fratelli Rebeshi, avvocato Roberto Afeltra
Secondo l’accusa messa a punto dalla Dda di Roma, che ha indagato sulla vicenda, David Rebeshi e i tre complici avrebbero preteso 4mila euro dal ristoratore per una macchina “tarocca” venduta all’autosalone del boss di mafia viterbese da un suo amico commercialista e 5mila euro dal commerciante di auto per lo smaltimento di alcuni mezzi rimasti nel piazzale dell’autosalone di Rebeshi dopo il suo arresto.
Afeltra, nel corso di una discussione fiume cominciata all’udienza del 22 ottobre e terminata ieri, ha insistito: “Se non ci avessero voluto mettere dentro Ismail Rebeshi come mandante a tutti i costi, per poi contestare a tutti l’aggravante del metodo mafioso, gli arresti del fratello e dei tre connazionali si sarebbero risolti con un processo per direttissima”.
Ha anche tirato in ballo il pentito di mafia viterbese Sokol Dervishi, anche lui albanese, per ricordare come il supertestimone abbia definito il ristoratore un “truffatore”, “cliente di droga del gruppo”, debitore di 2500 euro pagati dal padre per lo stupefacente”. “Ma anche un amico – ha sottolineato Afeltra parlando della presunta vittima – il quale ha negato che gli abbiano bruciato la Jaguar. Significativo in tal senso Giuseppe Trovato, che dice di lui ‘non toccatelo, è un amico’”.
– Mafia viterbese bis, chiesti 12 anni e mezzo per i fratelli Ismail e David Rebeshi
“C’è una sola, singola mail, dell’11 febbraio 2019 – ha ricordato ieri il legale – in cui Ismail dice al fratello ‘c’è da recuperare 5mila euro per una macchina usata che ho comprato’, spiegandogli che è la macchina fallata che gli ha venduto un commercialista dandogli una fregatura, in quanto non ha mai avuto né la disponibilità dell’auto, né indietro i soldi che aveva speso. Non c’è altro, tanto meno ci sono direttive successive, del tipo ‘visto che non ti ha dato i soldi, minaccialo di morte’”.
E ancora: “Per il pm Fabrizio Tucci, che ha voluto tirarlo in ballo per forza, Ismail è il mandante di una estorsione con metodo mafioso. Peccato che non sia emersa prova né del metodo mafioso, né che Ismail abbia detto al fratello di riscuotere il credito con le cattive, se non ci fosse riuscito con le buone”.
“Non vi racconterò che Cristo è morto di freddo, ma Ismail non ha mai detto ‘andate e minacciate di morte e di incendio Tizio e Caio”, ha anticipato prima di passare al curriculum criminale dell’imputato, Afeltra, incline a usare motti della saggezza popolare per arrivare a bomba.
Ma guai a dire che Ismail è “pericoloso”. “Ritenerlo ‘pericoloso’ è calunnioso, non è mai venuto nessuno a dire di avere paura di lui, neanche le parti offese di questo processo, men che meno ha paura di lui ‘tutta la comunità albanese’”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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