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– “Un via vai che sembrava un ghetto. Rumori di tutti i tipi. Soprattutto di tacchi e di gente che… beh… si capisce, no? Parliamo di prostitute…”.
Giuseppe Scarino racconta con imbarazzo quello che succedeva nel suo condominio nel cuore di Viterbo, in via Santa Giacinta Marescotti. Il 60enne ha testimoniato ieri pomeriggio al processo Love’s House: cinque imputati per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, tra cui il pubblicitario Silvano D’Ascanio.
L’accusa si divide in due filoni. Quello degli annunci erotici su un quotidiano locale, curati dall’agenzia di D’Ascanio e quello della Viterbo a luci rosse, con la rete di alcove del sesso affittate a prostitute per lucrare sul prezzo. Di questo spaccato racconta Scarino.
“Ho visto e sentito di tutto – dichiara in aula -. Avevo una specie di mansarda per ricevere gli ospiti, ma non ce li potevo portare. Dal monolocale vicino si sentiva ansimare…”. Scarino sorride a metà tra imbarazzo e malizia. Ma chiarisce subito che c’era poco da ridere: “Ci siamo lamentati spesso io e gli altri condomini. Assistevamo a scene paradossali. Per un lungo periodo c’è stata una ragazza in quel monolocale… neanche bella, a dire il vero. Con lei viveva anche il compagno: quando lei teneva la luce accesa, significava che aveva un cliente e lui non doveva disturbare”.
Degli inconvenienti quotidiani di quel vicinato molesto, Scarino si lamentava con uno degli imputati: Vincenzo Di Francesco, costruttore di alcune delle “case dell’amore” vendute o affittate con l’intermediazione di un’agenzia immobiliare viterbese. La risposta ai reclami era una specie di “proposta indecente”: “Di Francesco mi diceva che, se volevo, ci potevo andare anche io con le prostitute. Affittare gli alloggi a loro, secondo lui, rendeva di più: 500 euro mensili contro i 300 che avrebbe potuto prendere da un normale inquilino”. Al pm Stefano D’Arma, Scarino fornisce anche nuovi spunti investigativi: “Per un periodo non si sono più viste – spiega -, ma ora stanno tornando…”.
Dopo di lui, parola alla escort Claudia Betancourt, quarantenne colombiana che si è prostituita nelle “love’s house”. “Condividevamo l’appartamento in quattro – racconta in spagnolo al collegio dei giudici -. Per la casa, pagavo 100 euro al giorno. Pubblicizzavo le mie prestazioni attraverso il Corriere di Viterbo: 300 euro per una settimana di inserzioni”.
Le squillo prenotavano gli spazi all’agenzia Studio Uno, di proprietà di Silvano D’Ascanio. “Ogni annuncio occupava due moduli – spiega Francesca Taratufolo, collaboratrice dell’agenzia -. Un modulo è una specie di unità di misura degli spazi. Il costo di ogni modulo era 21 euro più Iva. Quindi gli annunci costavano 42 euro l’uno, indipendentemente dall’oggetto dell’inserzione”. I bozzetti arrivavano, poi, alla casa editrice di Perugia che gestiva gli spazi sulla pagina e mandava in stampa.
Stefania Moretti
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