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Sanitopoli - Filone romano - Parla Selvaggini - Ascoltati tutti gli imputati, tranne Patrizia Sanna

“Tangenti Asl, Moscaroli era il regista”

di Stefania Moretti

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Mingiacchi esce dall'aula a fine udienza con il suo avvocato Antonio Rizzello

Luciano Mingiacchi esce dall’aula con il suo avvocato Antonio Rizzello

Ferdinando Selvaggini

Ferdinando Selvaggini

Alfredo Moscaroli

Alfredo Moscaroli

Viterbo – Tangenti “normali”.
Nessun problema a sborsare mazzette per ricompensare chi gli dava gli appalti. “Per lui, era nella natura delle cose”.

Così Ferdinando Selvaggini parla in tribunale di Alfredo Moscaroli. Per l’impiegato della Asl, la veste di vittima sta un po’ stretta all’ex patron dell’azienda informatica Isa.

Selvaggini e Moscaroli sono opposti e complementari nel sistema delle presunte tangenti alla cittadella della salute: per i pm di Viterbo, uno le dava, l’altro le prendeva. Per questo adesso si ritrovano imputati nel maxiprocesso sull’appaltopoli sanitaria. Ma nell’altro filone della stessa vicenda giudiziaria, sulle mazzette arrivate fino a Rieti e Roma H, hanno parlato solo da testimoni.

A un Moscaroli che si dice vessato dalle tangenti fin dagli anni Novanta, risponde un Selvaggini battagliero. Che spiega invece come l’imprenditore pagasse mazzette senza colpo ferire. “Non era una vittima, era il regista – racconta Selvaggini ai giudici, con la fretta nella voce e la sicurezza di chi conosce gli atti a memoria -. Si occupava notoriamente di finanziamento ai partiti per far lavorare l’azienda. Non ne faceva mistero”. Mai lamentato. Mai ricattato. Mai costretto, aggiunge Selvaggini, con una punta di asprezza nella voce. Il minimo, contro chi l’aveva dipinto come un carnefice spietato, che pretendeva soldi. “Alla Isa, Moscaroli si sentiva il Padreterno. La Asl di Viterbo, per lui, era stata un cavallo di Troia: testava qui le procedure per riutilizzarle altrove”.

Cuore della tranche romana del maxiprocesso sono proprio le convenzioni con le Asl di Rieti e Roma H. La Asl viterbese, in pratica, estendeva a Rieti e Roma il suo stesso servizio di gestione dei pc dell’azienda. Servizio targato Isa e, per l’accusa, mantenuto foraggiando i due dirigenti imputati Luciano Mingiacchi e Patrizia Sanna, mentre il terzo, il socio Isa Riccardo Perugini, avrebbe fatto da collettore delle tangenti.

Perugini e Mingiacchi hanno parlato ieri. Sanna, invece, non si è presentata, anche se sapeva che i magistrati volevano ascoltarla. Alle domande dei giornalisti, il suo avvocato Edoardo Polacco non risponde. Non vuole che siano acquisiti i vecchi verbali di interrogatorio. Non vuole che si parli della falsa laurea per la quale Sanna è stata condannata in primo grado a pagare quasi 900mila euro dalla Corte dei conti. “E’ un procedimento in corso”, taglia corto la difesa. Ma la storia di come Sanna avrebbe ricoperto senza titolo il ruolo di dirigente del servizio informatico a Rieti e Roma H arrivò fin sulle pagine di Repubblica.

I magistrati contabili parlavano di “evanescenza della preparazione professionale” e, per dimostrarla, portavano anche l’esempio dell'”affidamento di appalti alla ditta Isa in manifesto dispregio della normativa sui contratti pubblici”. Affidamento cui “Sanna contribuì”.

Gli imputati si sono difesi come hanno potuto: il servizio della Isa era competitivo, le convenzioni vantaggiose, carente la relazione del consulente dell’accusa, che diceva che per lo stesso servizio, si poteva spendere molto meno. Continueranno a difendersi alle prossime udienze, portando in aula i loro testimoni. Ma, al di là dell’aspetto penale, colpisce lo spaccato triste della parentopoli alla Isa, diventata una specie di ufficio di collocamento.

Quello che Selvaggini non dice è che la moglie lavorava come grafico alla Isa, insieme alla moglie di Ceccarelli (ex indagato per le tangenti Asl, che patteggiò) e al nipote di Mingiacchi. E quando il pm Fabrizio Tucci chiede a Mingiacchi se non si fosse posto il problema, risponde candidamente di no. “Come sempre, nella vita, quando ho raccomandato qualche persona: se si comporta bene, bene; sennò che la mandino via”. Anche per Perugini era normale che una ditta che lavorava con la Asl assumesse il nipote del direttore di quella stessa Asl. “Credo che il 97 per cento dei dipendenti delle Asl provenga da raccomandazioni”. Niente di strano. Tutto normale.

Stefania Moretti


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6 dicembre, 2014

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