![]() Francesco Mattioli |
– Da qualche anno a questa parte Viterbo aspira a definirsi “città d’arte”.
Negli anni ’60 invocava l’industrializzazione del suo territorio come volano di sviluppo, poi le cose andarono diversamente. Fu forse una fortuna, perché ne rimase salvaguardato il territorio, nella sua originalità paesaggistica e storico-artistica.
Città d’arte dunque: non certo alla stregua di Firenze, Roma o Venezia, ma almeno come Siena, Assisi, Orvieto, per restare a quelle che le stanno dintorno.
Ancora nelle enciclopedie degli anni ’70, Viterbo veniva descritta come un grosso centro agricolo, con un fuggevole accenno all’essere stata sede papale nel medioevo. Di Siena, Assisi, Orvieto, accanto alle loro vocazioni socioeconomiche, si sottolineava invece anche il pregio artistico e storico.
Così, Viterbo si è trovata a dover recuperare un gap piuttosto forte rispetto alle tradizionali città d’arte, magari approfittando di qualche supporto mediatico, come quello ricevuto dal maresciallo Rocca, e l’impresa ancora oggi non sembra riuscita. Ancora un paio d’anni fa, per motivi puramente casuali (dovevo organizzare un convegno di sociologi visuali a Viterbo), scoprii che su trenta colleghi sparsi per l’ Italia solo una decina conoscevano Viterbo per averla visitata; ma quel che mi colpì fu che persino alcuni romani non vi erano mai stati. Colpa loro? Chissà: comodo pensarlo, ma temo che non sia così.
In questi giorni Caffeina darà l’impressione che Viterbo sia l’ombelico della cultura italiana; il centro storico sarà tirato a lustro e si susseguiranno le performances letterarie, artistiche, culturali. E poi ci sarà anche Tuscia operafestival, certo, e Santa Rosa con la sua inimitabile “Macchina”, e altri appuntamenti ancora.
Ma basta tutto questo per fare di Viterbo una città d’arte? Qualcuno potrebbe dire: “E cosa vuoi di più?”.
Potrei rispondere: andate a vedere come viene trattato il centro storico di Capalbio o quello di San Geminiano; anzi, potrei rispondere: andate a vedere come gli abitanti trattano quei centri storici. Perché quella è, innanzitutto, cultura: la cultura del bello, del pulito, dell’eleganza, del rispetto per sé e per gli altri, la cultura della propria dignità e del proprio orgoglio di abitare un gioiello urbano.
Allora, poniamoci un’altra domanda: che cosa rappresenta oggi Viterbo per i suoi cittadini?
Nella società globale neppure una cittadina di provincia come la nostra può essere considerata estranea ai processi evolutivi che corrono sotto i nostri occhi. Ogni categoria di cittadini attribuisce alla città in cui abita una sua propria identità: ad esempio, per gli immigrati che cosa è Viterbo?
Quali angoli della città la rappresentano? Quali sono loro familiari? Ricordo che un immigrato marocchino identificava Viterbo con il Monumento ai Caduti, gli piaceva molto quell’ala spezzata. Gli italiani che sono venuti ad abitare a Viterbo da altre città, come identificano la città? Come la sentono propria? Una signora originaria di Rimini lamentava che il centro storico fosse fatto di viuzze strette invece che di strade larghe, e amava via Marconi.
Per i giovani globalizzati, poco inclini a farsi confondere dalle tradizioni localistiche, quali angoli di Viterbo sono i “loro” angoli, dove riconoscersi? Una volta era Piazza Crispi, oggi forse sono i pub. E poi, questa famosa “viterbesità” che cosa è? Cosa ha a che fare con la città? E’ un freno al suo sviluppo, se si lega al provincialismo? E’ un simbolo di identità, se rafforza l’orgoglio di esserne figli? E’ un mito pericoloso, se se ne parla a vanvera sugli spalti di uno stadio?
Se tanta gente assegna significati diversi alla città, diventa difficile riassumere l’identità della città in un simbolo, in un riferimento unitario. Certo, questo accade soprattutto per metropoli globali come Roma, Londra, San Francisco o Tokio, abitate da culture diverse e stratificate da esperienze storiche differenti. Ciò nonostante, anche queste metropoli cercano disperatamente di comunicare una propri identità unitaria.
A maggior ragione, Viterbo dovrebbe riuscire a mantenere una sua identità unitaria, da esibire sul mercato turistico e culturale nazionale e internazionale; quindi, non solo ( e non tanto…) un centro agricolo e commerciale, come si leggeva nelle enciclopedie, ma una città d’arte e cultura.
In tal caso, è chiaro che i tratti fisiognomici che assicurano una identità culturale a Viterbo non possono che essere i suoi monumenti, quelli dove poter ritrovare un genius loci, che sia Galiana, Santa Rosa o Silvestro Gatti. Monumenti da valorizzare certo, ma prima ancora che per il turista, per i suoi stessi cittadini, troppo spesso distratti, disinformati, demotivati: siano essi amministratori, siano essi operatori economici, siano essi soggetti privati alle prese con i più banali problemi della quotidianità.
Qualche decennio fa, quando fu allargata la strada che da Porta Faul porta alle Terme, venne “affettata” la collina che custodiva da secoli le grotte che funsero da ricovero dell’esercito di Federico II, invano assediante la città. Oggi noi celebriamo Ludika 1243, che ricorda in qualche modo quell’assedio.
Quando con Italia Nostra chiedemmo conto di quello scempio, gli amministratori risposero sconsolati: “non lo sapevamo”.
Quanti viterbesi “non lo sanno”? Quanti viterbesi, in questi anni, hanno distrutto angoli, monumenti, scorci, che magari non hanno valore artistico evidente, che magari neppure la Sovrintendenza prenderebbe in seria considerazione, ma che facevano parte integrante di quell’identità, di quel “volto antico” che rappresenta il lignaggio più prezioso della città?
E quanti altri di questi luoghi giacciono abbandonati alle immondizie, al degrado, all’incuria, alla desolazione della più greve ignoranza? Ne saranno forse responsabili gli amministratori, generazioni di amministrazione, certo: ma i viterbesi, non ne sono altrettanto responsabili? Chi a San Pellegrino ammassa immondizie? Chi degrada facciate e finestre? Chi lascia scritte indelebili sugli antichi muri? Chi scava e sventra?
Non si può aspirare a essere città d’arte e cultura, se non si è cittadini d’arte e cultura, se non c’è vero “amore” per la propria città.
Francesco Mattioli
In occasione di Caffeina cultura 2012 sabato 30 giugno alle 21 a piazza Cappella il sociologo Francesco Mattioli presenta il libro “Genius loci”. Interverrano il sociologo Franco Ferrarotti, il professore di sociologia di comunicazione all’Università degli Studi di Roma “Sapienza” Mario Morcellini e il direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti.
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