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Caffeina - Giuseppe Ayala a Viterbo - Il magistrato: "L'Italia non cresce perché schiava dell'illegalità"

“Della mafia non frega niente a nessuno, finché non ammazza”

di Stefania Moretti
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Giuseppe Ayala a Caffeina

Giuseppe Ayala a Caffeina

Giuseppe Ayala a Caffeina
Giuseppe Ayala a Caffeina

Giuseppe Ayala
Giuseppe Ayala a Caffeina
Il pubblico che ha riempito piazza Scotolatori per Ayala

Il pubblico che ha riempito piazza Scotolatori per Ayala

Il pubblico che ha riempito piazza Scotolatori per Ayala

“Il problema dell’Italia è l’illegalità. Non cresciamo perché non riusciamo a liberarcene”.

Tocca nervi scoperti Giuseppe Ayala. Il pm del maxiprocesso, a Viterbo per Caffeina, tira in ballo anche la manovra Monti nella sua lectio magistralis sulla mafia in piazza Scotolatori (fotoracconto*video).

Salvare l’Italia dalla crisi costerà agli italiani 30 miliardi di euro. Il fatturato annuale di mafia, ‘ndrangheta e camorra è almeno cinque volte tanto. “Tagliare la mafia” avrebbe l’effetto benefico di cinque manovre Monti. Con un risparmio di 150 miliardi di euro. Ma della mafia, dice Ayala, non frega niente a nessuno. “Fa notizia quando ammazza – spiega il magistrato ai suoi oltre 200 spettatori -. Omicidi e sangue la mettono sotto i riflettori e questo non le conviene. I mafiosi lo hanno capito e hanno cambiato strategia, preferendo la linea del silenzio a quella delle stragi”.

Un passaggio che Ayala descrive minuziosamente nel suo nuovo libro “Troppe coincidenze”, presentato ieri sera e andato a ruba tra il pubblico viterbese. Sono diciott’anni che la mafia non uccide più con le bombe. Esattamente da quando è nata la Seconda Repubblica, una delle tante coincidenze che il magistrato ricorda e riporta.

L’ultimo attentato fallì a Roma il 23 gennaio 1994. Un’autobomba doveva esplodere allo stadio Olimpico. C’era abbastanza tritolo per trinciare più di cento carabinieri. Ma, per una fortunata fatalità, il telecomando non funzionò. Le onde radio che lo disturbavano evitarono la strage.

Ayala racconta con gli occhi e con le mani, prima ancora che con le parole. Cerca lo sguardo di ogni spettatore, come un professore cerca i suoi alunni. Ma intanto gesticola e siede scomposto sulla sedia, come fosse in salotto a chiacchierare con un amico. Questo dev’essere il pubblico per lui, che ama ascoltarlo, ma anche parlargli. Dopo i suoi interventi c’è sempre spazio per le domande della platea. Ayala si accende una sigaretta e risponde umile. Senza fretta e col suo forte accento siciliano. Anche con qualche parolaccia, che di sicuro rende l’idea meglio di quei “paroloni astrusi tipo default, escort, spending review e spread”, per i quali l’ex magistrato non ha alcuna simpatia.

Il suo nuovo libro attraversa Tangentopoli, le stragi di mafia, la trattativa con lo Stato, disegnando i rapporti tra criminalità e politica. “Il problema – è convinto Ayala – non è capire se la mafia è più debole o più forte che nell’era Falcone-Borsellino. Il problema è che la mafia c’è ancora. Ieri uccideva, oggi no. Ma stringe da sempre legami con la politica e con pezzi deviati dello Stato. Dietro le stragi di Capaci e via D’Amelio non c’è solo la mafia. Cosa Nostra è una componente organica dello Stato. Un’organizzazione che non ha eguali nel mondo, perché è nata un secolo e mezzo fa e vive ancora“.

La politica, insomma, ha le sue colpe. Quella di essere troppo garantista. Di non fare pulizia all’interno dei partiti, che pullulano di indagati e imputati, in attesa di sentenze definitive che, grazie ai processi lumaca e alla prescrizione, non arriveranno mai. E soprattutto, è una politica che non accorcia i tempi della giustizia. Esorbitanti al punto che nella classifica della Banca nazionale degli investimenti l’Italia è al 156esimo posto su 181 paesi. Persino dopo l’Angola e il Gabon.

“Non esiste democrazia senza illegalità – spiega il magistrato -, ma ogni democrazia deve preoccuparsi di contenerne il tasso. Questa funzione, in Italia, viene interamente delegata alla magistratura che, invece, dovrebbe essere l’estrema ratio. L’ultimo anello della catena. Il primo è un’attività di prevenzione dell’illegalità, che da noi manca del tutto. Manca il controllo sociale. Manchiamo noi, che possiamo scegliere la legalità anche solo pretendendo lo scontrino in un negozio. Non servono gesti eroici. La differenza la fanno gli elettori che, in Germania, per esempio, non accettano che un loro ministro possa aver copiato parte della sua tesi di laurea. Tanto è bastato per far crollare la loro fiducia e per farlo dimettere. Vogliamo fare un confronto con quello che succede da noi?”.

Stefania Moretti


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5 luglio, 2012

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