Viterbo – (s.m.) – Roberto Mancini arriverà sereno alle elezioni.
Il tribunale di Viterbo ha rinviato al 30 maggio la sentenza del processo per corruzione a carico dell’attuale sindaco di Civitella d’Agliano e dell’imprenditore di Celleno Domenico Chiavarino.
Giusto in tempo per consentire al sindaco di superare indenne le amministrative nel paese della Teverina. Senza una condanna sulle spalle che potrebbe arrivare cinque giorni dopo la chiamata alle urne.
Mancini è candidato nella lista “Cambiamento” insieme alla compagna Francesca Fiordigigli, in lizza per la carica di sindaco. Anche lei ha assistito all’udienza di ieri mattina, dove su richiesta dei legali del primo cittadino, tutto è stato fatto tranne la sentenza. L’accusa ha chiesto la condanna a due anni. Le difese l’assoluzione. Dopodiché, il tribunale ha imposto l’aggiornamento al 30 maggio per repliche e decisione.
Un salvataggio in calcio d’angolo prima del voto. Ma soprattutto, l’ennesima cortesia nei confronti del sindaco, che da dicembre a maggio si è visto accordare tre richieste consecutive di rinvio. Qualcuna definita “anomala”, “inusuale” e “irrituale” persino dalla pubblica accusa.
Per il pm Fabrizio Tucci, Mancini e Chiavarino sono colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio. In un’ora scarsa di requisitoria, il magistrato ricorda come il sindaco abbia assecondato l’imprenditore nel suo proposito di far passare cave abusive per bonifiche agrarie. Lo direbbero i documenti. Il verbale della forestale con la maximulta all’imprenditore, puntualmente archiviato dal comune. I terreni foracchiati e scavati anche fino alle falde acquifere in totale libertà. E poi i contratti tra Chiavarino e i proprietari dei terreni, firmati nello studio del sindaco-geometra, dove non erano i proprietari a pagare per la cosiddetta bonifica, ma la ditta Chiavarino che, in cambio, avrebbe ottenuto ghiaia da riutilizzare e rivendere. Senza dimenticare le due fatture per 22mila 340 euro, dall’imprenditore al sindaco: per l’accusa tangenti, per la difesa una semplice parcella per lavori.
La richiesta finale è di due anni di reclusione, più la confisca di una somma pari alla presunta mazzetta. La stessa fatturazione, per la difesa Chiavarino, indica che l’operazione era regolare. “Che senso ha lasciare tracce contabili di una tangente?”, si è chiesto l’avvocato dell’imprenditore, Franco Moretti. Per il difensore non solo non c’è prova della corruzione, ma nemmeno delle presunte cave abusive: la normativa in merito, secondo il legale, sarebbe tutto fuorché chiara.
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