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Nepi - Operazione Mamuthones - Secondo l'accusa, l'incendio fu una ritorsione di Salvatore Medde, aiutato da Pier Paolo Mulas - Le difese preparano il Riesame

Lo licenzia e si ritrova il capannone bruciato

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Operazione Mamuthones - Salvatore Medde

Operazione Mamuthones – Salvatore Medde 

Operazione Mamuthones - Pier Paolo Mulas

Operazione Mamuthones – Pier Paolo Mulas 

Carabinieri - La conferenza dell'operazione Mamuthones

Carabinieri – La conferenza dell’operazione Mamuthones 

Nepi – Andava a dormire di notte nel suo capannone per scoraggiare i vandali. Finché non gliel’hanno raso al suolo e ha dovuto ricostruirlo per intero.

Ci sarebbe la mano di Pier Paolo Mulas e Salvatore Medde dietro l’incendio di un fabbricato a Nepi, il 20 luglio 2013. E’ una delle  tentate estorsioni ipotizzate a carico dei due sardi naturalizzati viterbesi, arrestati nell’operazione Mamuthones. In 13 sono finiti dietro le sbarre, ma Medde e Mulas si distinguono: sono indagati per associazione a delinquere, insieme all’oristanese Mario Tatti e a un altro dei quattro fratelli Medde, il cagliaritano Gavino. Sono le posizioni più pesanti, nell’inchiesta sulla banda a prevalenza sarda sgominata dai carabinieri di Ronciglione.

Gli inquirenti disegnano uno schema complesso: tanti indagati, tanti reati. Furti, ricettazioni, armi detenute illecitamente, stalking, rapina. E un binomio inscindibile: dove c’è tentata estorsione, c’è l’attentato incendiario. Un abbinamento che sembra quasi una firma. E che prevede sempre la presenza di Medde e Mulas, nei due episodi contestati.

L’accusa parte da un principio semplice: a ogni azione corrisponde una reazione. Se l’azione è rifiutare una richiesta di Salvatore Medde, la reazione sarà appiccare il fuoco. In questo caso, Medde era stato licenziato all’inizio del 2012, dopo aver lavorato per un’impresa edile costretta ai tagli dai venti di crisi. I suoi tentativi di farsi riassumere, mandando avanti anche il fratello Giuseppe, non servono a nulla.

Ascoltato dai carabinieri in caserma, il titolare dell’impresa edile dice di aver subito pressioni. E quando, poi, la pressione si allenta fino a sparire del tutto, succedono fatto inquietanti, uno dietro l’altro. Prima trova la macchina bruciata. Poi qualcuno si diverte a buttare giù i muri perimetrali del capannone che sta costruendo a Nepi. Una volta. Due volte. Decide di andare a dormire ogni tanto nel capannone per controllare di persona e, magari, cogliere i vandali in castagna. Ma i lavori vanno avanti indisturbati fino al 20 luglio 2013: la notte dell’incendio, che distrugge tutto e impone di ricominciare da capo, spendendo almeno altri 30mila euro.

Passa più di un anno tra il licenziamento di Medde e l’incendio al capannone. Ma il gip elenca circostanze fondamentali nella sua ordinanza: Mulas è a Nepi mentre la macchina dell’imprenditore va a fuoco; Medde, la sera dell’incendio, non è lontano dal capannone bruciato. Tra i due ci sono “plurimi contatti telefonici” poco prima dell’incendio. E, infine, c’è un’intercettazione: Medde promette a Mulas di far fare a un soggetto imprecisato “la fine che ha fatto fare a Massimo… inizio a bruciare tutto”. Forse è una coincidenza. Ma il titolare dell’impresa edile che lo aveva licenziato si chiama Massimo.

Intanto, l’avvocato Marco Russo, legale dei quattro fratelli arrestati, ha depositato il suo ricorso al tribunale del Riesame. Linea seguita anche da molti altri difensori.


– fotocronaca – slide – video

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8 novembre, 2014

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